Donna al volante, pericolo costante…

Mi ricordo precisamente di essere in macchina e che ne parlavano alla radio.

Avrò avuto 16 o 17 anni.

L’esperimento di qualche università americana condotto su due gruppi di studenti della stessa facoltà di matematica: al primo gruppo veniva detto che, per loro natura, le femmine sono meno portate dei maschi nelle materie scientifiche. Al secondo no. I due gruppi affrontavano quindi lo stesso, difficilissimo test. I risultati mostravano che le donne del primo gruppo, quelle a cui era stato detto di essere meno portate per natura, ottenevano risultati inferiori a quelli dei loro compagni maschi. Nel secondo gruppo invece, quello a cui non era stata fatta nessuna precisazione, ma a cui era stato sottoposto lo stesso test, le femmine ottenevano, come nella media globale del rendimento universitario, risultati leggermente superiori a quelli dei compagni maschi.

Ho tenuto in mente quest’informazione, ci ho pensato per quasi vent’anni. Per qualche motivo non avevo cercato di approfondirla: chissà se quel programma radiofonico aveva usato delle fonti attendibili, o se si trattava della consueta seminformazione che quotidianamente subiamo senza troppe obiezioni.

Nella mia testa aveva senso comunque, e se anche non fosse stata una ricerca affidabile, ero sicura che quel tipo di meccanismo fosse più che ragionevole. Mi sembrava di vederlo nel panico di mia madre mentre cercava parcheggio con un’altra macchina dietro. In mia nonna che non aveva mai preso la patente e si sentiva al sicuro solo se guidava mio padre. Nel modo in cui le donne intorno a me, cercavano conferma delle loro convinzioni negli uomini intorno a me. Nella misura in cui pensavo che sarei stata più felice se fossi stata un maschio.

Mia nonna se n’era fatta poi una ragione che mia madre, mia zia ed infine io, guidassimo. Quando era ormai diventata grande come una tazzina da caffé, e andare alle visite in ospedale era la nostra gita settimanale. Cantavamo, sentiva il sole negli occhi e guardava le fronde degli alberi attraverso le cataratte. E andava bene così.

L’esperimento mi è tornato a bussare quando con Gloria abbiamo iniziato a mettere a parole come avessimo scoperto di essere femmine, e cosa significasse.

Scrivendo Signorina nel 2018, lo sapevamo che era un problema di rappresentazione: come siamo state rappresentate fino ad oggi nella cultura generale, come siamo state educata a guardarci, attraverso quali occhi, attraverso quali canoni. Ma nonostante questo è stato difficile arrendersi a dover mettere in discussione le fondamenta della nostra “normalità”, della nostra cultura.

L’ho digitato su Google: esperimento matematica maschi femmine.

E mi si è aperto un mondo.

Come primo risultato ho trovato il lavoro della professoressa Isabelle Regner, ricercatrice in Psicologia Cognitiva al dipartimento di Scienze Sociali dell’università di Aix-Marseille.

Nel 2007 la professoressa ha condotto una ricerca a partire dal test delle figure aggrovigliate di Rey Questo test nasce negli anni ’60 come test cognitivo: il soggetto viene messo davanti ad una pagina piena di “disegnini” e deve sforzarsi di distinguere tutte le figure possibili. Una pagina come questa:

La professoressa Regner però, prende questo “semplice” test e lo propone a due gruppi di bambini, anzi, ragazzi delle medie, con lo scopo di valutare proprio l’influenza che gli stereotipi, più o meno espliciti nella nostra cultura e quindi impostazione mentale, possono avere sul nostro rendimento. Quindi al primo gruppo di studenti, parliamo ovviamente di gruppi misti femmine-maschi, viene detto che affronteranno un test di geometria, al secondo gruppo, che affronteranno un test di disegno:

i risultati del test pubblicati al link che trovate sul nome della Professoressa

I risultati sono…diciamo…curiosi: il test di geometria mostra una media di 20.7 delle femmine, contro un 23.7 dei i maschi.

Mentre nel test di disegno le femmine ottengono una media del 25.4 contro il 22.4 dei maschi.

Stesso identico test.

Si…hai bisogno del carlino? Lo meriti.

lo so che ti senti così in questo momento. Abbraccio virtuale.

Insomma, leggo un po’ tutto quello che trovo online rispetto al lavoro della professoressa Regner, e imparo che le sue non sono teorie informali in via di studio, non sono frutto del solo suo spirito di osservazione e deduzione, ma sono teorie solide e comprovate che hanno una terminologia chiara e un funzionamento assodato: quello che studia la professoressa si chiama STEREOTYPE THREAT ovvero MINACCIA DELLO STEREOTIPO.

Che cos’è? La minaccia dello stereotipo è un meccanismo inconscio della nostra mente che, nelle situazioni a cui diamo più importanza, innesca il timore di confermare uno stereotipo negativo aggiungendo stress alla nostra “performance” , e portandoci come conseguenza ad ottenere risultati inferiori a quelli che otterremmo in condizioni di tranquillità.

Ad esempio quello che succedeva a mia madre se parcheggiando vedeva una macchina in attesa dietro di lei: lo stereotipo negativo interiorizzato è “donna al volante, pericolo costante”, le donne non sono portate, sono meno portate degli uomini alla guida, guidare è una cosa da maschi…risultato: mentre parcheggiava andava in sbattimento, le saliva il panico, il cervello andava in standby, e alla fine…o confermava lo stereotipo negativo mancando la striscia blu, o rinunciava decisamente a quel parcheggio sperando di trovarne uno più largo. Poi. Chissà quando. Mai.

Risultato in differita: ti senti una cretina, e vaghi attorno al quartiere ricordando il tuo istruttore di guida che ride con l’esaminatore riflesso nello specchietto retrovisore, mentre dice: “ecco una bella signorina, speriamo bene va!” e giù a ridere che manco i cinepanettoni. Questa sono io però, non mia madre. Esame superato, mai fatto incidenti, ma nemmeno una riga sulla portiera e modestamente, campionessa di parcheggio nella mia personale classifica di congiunti fino al nono grado di parentela.

Insomma, la minaccia dello stereotipo è qualcosa che influenza le persone che rientrano in determinate categorie o “gruppi stigmatizzati” per motivi INDIPENDENTI dalla loro volontà o capacità di gestione: donne, persone di colore, omosessuali…ma anche giovani, anziani, bianchi, uomini…già…come al solito, nessuno è libero di essere quello che è.

Vado avanti con la ricerca e arrivo ad uno studio condotto negli anni ’90 dal professor Claude M. Steele oggi professore emerito alla Stanford University, ed in passato rettore della Columbia University: nel suo studio due gruppi di studenti maschi e bianchi della stessa prestigiosa facoltà di matematica, vengono sottoposti ad un test molto impegnativo. Al primo gruppo non vengono date specifiche, e i risultati confermano la media generale dei maschi bianchi nelle materie matematiche. Al secondo gruppo viene detto che i loro risultati verranno comparati con quelli di un gruppo di studenti coetanei, maschi, ma di origine asiatica. Lo stereotipo ampiamente diffuso negli Stai Uniti infatti, vuole che gli studenti di origine asiatica, così, in generale, siano estremamente perfomanti nelle materie matematiche…ed ecco calare drasticamente la media dei nostri maschi bianchi del secondo gruppo.

Il professor Steele chiama questo fenomeno CONTROPERFORMANCE, un fenomeno dovuto alla consapevolezza che ognun* di noi ha della propria identità.

Scopro che il professor Steele di questi studi, ne ha fatto una missione di vita, di insegnamento, e che ci ha scritto un libro dal titolo Whistling Vivaldi: how stereotypes affect us and what we can do / Fischiettando Vivaldi: come gli stereotipi ci influenzano e cosa possiamo fare.

Mi dispiace dirvi che non ho trovato nessuna traduzione italiana di questo testo assolutamente pazzesco che con un linguaggio pulitissimo, semplice e lineare, mette il luce la potenza dello stereotipo e l’importanza fondamentale della rappresentazione.

La prima domanda che si fa il professore nel suo saggio è: QUANDO MI SONO ACCORTO DI ESSERE NERO?

Steele è nato nel 1946 ed ha fatto in tempo a vivere la segregazione razziale. Ci racconta di quando a sette anni, gli era concesso frequentare la piscina comunale solo il mercoledì pomeriggio, e di come questo fatto gli sembrasse una sorta di punizione per qualcosa sul quale lui non aveva nessun potere decisionale o di scelta. Dice: “non avevo idea di cosa volesse dire essere nero, ma avevo l’impressione che fosse qualcosa di importante.”

Leggere le parole del professor Steele mi ha fatta sentire meno sola e meno idiota rispetto allo spaesamento che mi accompagna ogni volta che qualche stupido stereotipo sulle donne, fa sentire stupida me. Mi ha emozionata e confortata sapere che qualcun altro, nel suo percorso di crescita, si è chiesto QUANDO si è reso conto di essere quello che è, e che per una volta non avesse a che fare con l’omosessualità, assunzione identitaria che per me che sono stata tanto, ma tanto fortunata, è stata meno faticosa di quella femminile.

E insomma, era sua quella ricerca sentita alla radio vent’anni fa.

Ne parla quasi subito nel libro, e lo fa chiedendo ai lettori maschi di mettersi nei panni di una donna (americana, perché che i suoi studi sono stati condotti negli Stati Uniti).

Whistling Vivaldi / c. 4 p.12

“Immagina di essere una donna americana che partecipa ad un esperimento che implica lo svolgimento di un difficilissimo test di matematica. E’ possibile che la minaccia dello stereotipo legata al tuo genere rispetto alle materie matematiche, interferisca con le tue performance sul test? Riusciresti a superare la paura di essere giudicato in maniera stereotipata, eseguendo quindi una buona performance? Non sarebbe già sufficiente la pressione di un test a tempo per compromettere una performance, nonostante gli sforzi? Pensi che la minaccia dello stereotipo, questa contingenza identitaria, sarebbe presente ogni qual volta dovessi svolgere un difficile test matematico in ambienti che prevedono la presenta di maschi? Potrebbe questa contingenza identitaria legata alle materie matematiche, diventare frustrante al punto da indurti ad evitare le facoltà legate alla materia, e le conseguenti carriere? In una società libera dagli stereotipi legati alle capacità matematiche femminili, le donne avvertirebbero la stessa minaccia? Otterrebbero risultati migliori?”

Steele va avanti e chiede anche se l’unica sfera a risentire dello stereotipo negativo sarebbe quella del rendimento, oppure se non ne risentirebbe anche la qualità della tua presenza in classe, l’interazione con gli insegnanti, i professori, persino i compagni…prosegue spiegando che le prove raccolte in vent’anni di test e sperimentazioni relative all’influenza degli stereotipi sessisti e razzisti, provano consistentemente come le contingenze legate alle nostre identità sociali facciano la differenza nel dare forma alle nostre vite: dalla nostra capacità di gestire le situazioni, alla carriera che scegliamo, agli amici…

Io ci passerei davvero delle settimane, seduta qui, a tradurre per voi ogni parola di questo lavoro incredibile, ma visto che non si può, mi fermo a quello che riguarda me in quanto donna, perché vorrei portarci a porci le stesse domande, in quanti più ambiti possibili.

Quanto influisce sullo sviluppo emotivo, ma anche intellettivo e di capacità, di una persona, un’educazione sovraccarica di stereotipi negativi?

Chi dice donna, dice danno / donna al volante, pericolo costante / dietro un grande uomo… / donna con le palle / hai le tue cose? / le donne sono troppo uterine per ricoprire posizioni di rilievo / le donne sono più portate per le pulizie domestiche / cosa ne vuoi capire tu? / questa non è roba da femmine / stai composta / sorridi / strega / racchia / gattara / zitella / puttana / scopa di più / se ti comporti così non lo trovi un uomo / si ma tu com’eri vestita? / si ma tu cos’hai fatto per farlo arrivare a quel punto? / finché non viene da noi con il referto del pronto soccorso non possiamo intervenire signora / signora o signorina? / fare figli è il vero senso della vita / i bambini tutto il giorno senza la mamma… / i bambini hanno bisogno della mamma / e chi le capisce le donne? / il principe azzurro / tira più un pelo di figa che un carro di buoi / donne e motori, gioie e dolori / la donna troppo in vista, è di facile conquista / quando sono fidanzate hanno sette mani e una lingua, quando sono sposate hanno sette lingue e una mano / le ragazze sono d’oro, le sposate d’argento, le vedove di rame e le vecchie di latta / la donna e l’orto vogliono un sol padrone / donna ridarella, o santa o puttanella / la donna è come l’ombra: se l’insegui ti scappa, se scappi t’insegue / al buio, le donne sono tutte uguali / la donna per piccola che sia, vince il diavolo in furberia / non vi è donna senza amore / donna pregata nega, trascurata prega / salva la spada non salvare la donna / donna che ride, ti ha detto di sì

Già.

Quanto, e in quali modi, questa cultura collettiva (perché per crescere un* bambin* ci vuole un villaggio) finisce per influire sull’idea che abbiamo di noi stesse? Sulla nostra autostima. Sui nostri progetti di vita. Di studio. Di carriera. Sull’idea di ciò che meritiamo, e che quindi cerchiamo. Sulla nostra capacità di riconoscere e difenderci dalla violenza, sulla nostra capacità di denunciare perché abbiamo chiaro il nostro valore, che quello che ci è stato fatto è sbagliato, che non l’abbiamo meritato, che non l’ha fatto perché ci ama?

I miei nonni abitavano in un condominio di ringhiera, quelli di una volta in cui tutti gli appartamenti avevano un balcone che era condiviso con gli altri: per entrare in casa tua, dovevi passare davanti a quelle degli altri e vice versa. Era come vivere in una specie di comune in cui più che farsi i fatti degli altri, ognuno era partecipe della cura, dell’educazione dei bambini, di innaffiare le piante, lasciare i croccantini ai gatti.

Una delle donne che viveva nel condominio aveva un marito alcolizzato che ad un certo punto ha iniziato a picchiarla. La picchiava alle tre del pomeriggio durante le puntate di Sentieri. Io e mia nonna sedute sulle sedie dure della cucina. Mi tappava le orecchie con le mani e gli occhi lucidi finché le urla non finivano e la donna bussava alla porta con il labbro rotto e i segni delle botte ancora rossi, prima di diventare viola: “vai di là, non guardare” mi diceva mia nonna mentre tirava fuori alcol e cotone. Tra il salone e la cucina c’era una porta a due ante di legno che non chiudeva bene, e io stavo lì dietro, avrò avuto sei anni, a guardare. Mia nonna si arrabbiava con lei, che è una cosa che ho ereditato arrabbiarmi quando ho paura, quando mi sento impotente. Quella piangeva come una fontana, e mia nonna le gridava: “adesso basta! Adesso chiamiamo i carabinieri! Non è possibile così! Questo non è amore, lo capisci? Finirà che ti ammazza!”

Ma l’altra era irremovibile: tu non capisci. Lo fa perché mi ama. Non mi vuole fare male. Non mi farebbe mai del male, diceva con un dente che le penzolava a mezza bocca attaccato solo dal nervo.

E così, quando mia nonna i carabinieri li ha chiamati sporgendo la cornetta verso il cortile per far sentire le urla e i tonfi, loro sono arrivati e la donna li ha mandati via, ha rifiutato di sporgere denuncia. Da quel momento di urla non ne abbiamo più sentite, ma i lividi hanno continuato a comparire. Lei e il marito, come i miei nonni, si sono poi trasferiti altrove quando tutti gli inquilini storici sono stati sfrattati e lo stabile è stato venduto per essere ristrutturato e diventare residenza di lusso.

La parte rosa dove ho disegnato la vigna come la ricordo, era l’appartamento dei miei nonni.

L’altro giorno ho fissato la mia libreria per alcuni minuti per “scannerizzare” quanta parte fosse opera femminile.

Una buona parte. Non manca letteratura femminile nella mia libreria.

Ma.

Ho avuto una madre femminista nel senso vecchia scuola del termine, che mi ha insegnato fin da molto piccola a cercare.

E.

Una grande parte della narrazione femminile di cui sono in possesso, parla della condizione del femminile. Del pregiudizio, della sofferenza, della paura, dello sforzo, dell’annullamento, della violenza, delle soluzioni. Non della libertà di vivere le possibilità del mondo. Non della loro invenzione. Non della loro costruzione. Non della loro decisione.

Infatti si chiama. Ha un nome -a parte- e scaffali dedicati nelle librerie…Letteratura Femminile.

Il libro del professor Steele insegna molto, davvero molto bene, a riconoscere lo stereotipo e le sue conseguenze. A riconoscerli su di noi, che fa un po’ paura, un po’ ansia, ma poi fa bene. Lo trovate su Amazon in inglese.

In italiano invece trovate l’ Atlante delle Donne che viene aggiornato e ristampato ogni anno, e regala una panoramica globale sulla situazione di venire al mondo con una vagina.

E’ sabato, le librerie sono aperte, potete far due passi e procurarvi una lettura domenicale.

Biancospino e melissa in farmacia invece, per le palpitazioni e la sensazione di panico che vi saliranno leggendo.

Torno a studiare Freud.

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