Di Streghe, Miti e Rape Culture

Eccoci qui.

E’ passato del tempo e nella cartella bozze, se ne sono accumulate almeno quattro iniziate e non pubblicate.

Sono successe le riaperture: improvvisamente quella bolla che ci preservava dal rumore del traffico, delle serrande dei negozi, dalle urla degli ubriachi la notte, dall’ansia del cosamimetto/dovemettolemani e dalle scarpe che fanno male, è esplosa risputandoci nel mondo, et voilà, si deve andar.

Io e Gloria abbiamo risentito l’odore dei teatri, il suono dei telefoni e ripreso in mano i calendari, abbiamo ricominciato a guidare e ad adattarci a letti che non sono il nostro: riattivato il tempo insomma, che aveva cambiato ritmo e ci aveva regalato il modo di leggere e pensare e scrivere, davvero.

Ogni tanto, la notte, mi sono svegliata per contare i giorni dall’ultimo articolo: sto mandando in vacca tutto? Le vere blogger postano cose ogni singolo giorno, cento volte al giorno! Almeno qualche foto di libri impilati e tazze di caffé che non bevo. L’articolo su Freud…mi ronzava per la testa. Poi ho pensato che in verità non mi va. Che voglio scrivere come Emily Dickinson guardando crescere le piante, quando ho qualcosa da dire. E che allora va bene così.

Va meglio, così. Per me.

Perché come tutt*, di cose ne ho pensate su ogni cosa che è successa dopo la lunga pandemia, dopo il tempo lento della lievitazione. Dopo che tutto il prima, è riesploso improvviso come il pianto di un neonato con le coliche facendomi sentire sopraffatta, con le emozioni che mi sgusciavano da tutte le parti come pesci rossi. Con la percezione fuori controllo. La sensibilità incapace di accogliere tutto.

Cercare di prendere un pesce rosso a mani nude è l’effetto che mi ha fatto cercare di mettere insieme qualcosa di costruttivo da scrivere rispetto alla mole di orrore degli ultimi mesi: l’inarrestabile diarrea di bigottismo e violenza contro tutto ciò che non è bianco e rigidamente riconoscibile al primissimo sguardo.

E poi tutto il discuterne dopo. Tutte le opinioni, la folle corsa per essere i primi ad avere qualcosa da gridare.

Non ne siamo usciti migliori. E questo mi ha parecchio rallentata, proprio come un Bambi davanti ai fari della macchina.

Diritti civili, liberté, egalité e fraternité sono diventati, più di prima, materia di opinione, come se gli organi genitali, la sfumatura della pelle o le preferenze sessuali con cui nasciamo (o nell’ultimo caso, che magari felicemente scegliamo grazie a della sana esperienza) possano essere in qualche modo questioni di ordine pubblico. Come se a riguardo potessero esserci delle cose da dire, delle misure da prendere, delle precauzioni per il loro buon funzionamento da appuntarsi a cravatta stretta, con espressione seria.

Mi ha sempre impressionata, sin da bambina, questa cosa di avere delle opinioni su qualcosa che e’, indipendentemente da noi. Da noi esseri umani. Come se si potesse avere un’opinione sul colore del mare.

Come se qualche bianchissimo e bolso Matteo, domani dovesse decidere che a lui non gli garba, e allora si dovesse cominciare, tutti insieme come società, a cercare delle soluzioni che glielo rendessero più gradevole, soluzioni per cambiarlo.

Allora il colore del mare diventerebbe un’emergenza sulla quale costruire una programmazione televisiva.

Insomma, mi blocca, tutto questo. Mi fa stare male al mondo. Tutto questo, in realtà, mi impedisce di fare meglio di come faccio. Di più. Perché sembra irrisolvibile. E dover ogni volta riprendere in mano la matassa per ritrovare il bandolo, impiega tutte le energie, e tutto il tempo.

Che poi è sempre la questione della contro-performance di cui vi avevo parlato qui.

Ovviamente vi avevo scritto un articolo su Grillo pater e Grillo Jr.

Non l’avevo scritto perché avessi qualcosa da dire: non vedo come potrebbe esserci in quello che quel gruppo di persone ha fatto, in quei video, qualcosa di NON penalmente perseguibile.

Lo stesso, mi sono accorta che lo stavo scrivendo solo per rabbia. Che non c’era modo di ascoltare niente in quel momento. Né per me, né per voi. Allora non l’ho voluto scrivere più, e l’ho lasciato lì. A sedimentare.

Sono rimasta a guardare le due parole del momento, RAPE CULTURE, svolazzare dai canali Mediaset sulle bucce d’arancia nei piatti sporchi di sugo, o dai cartacei dei bar sulle briciole di croissant impigliate nei baffi dei padri di famiglia.

La grande, nuovissima e fiammante scoperta primavera/estate 2021, da provare, da postare, da laikare.

Se la cerchi: CULTURA DELLO STUPRO , trovi naturalmente Wikipedia che ti parla di femministe, di anni ’70, di rivoluzioni sessuali, di antropologi e filosofi con i pantaloni a zampa. Ed è lì che mediamente si arena il “dibattito” sulla questione. Alla fine della fiera, più o meno in caciara, s’arriva alle femministe degli anni ’70, e abbassando lo sguardo, ci ritroviamo a tacere sorridendo per evitare di turbare qualcuno con l’incazzatura bestiale che ci brucia l’esofago ogni notte, come i roghi delle streghe. La vera eredità di cui tutte abbiamo l’anima tatuata.

Si, hai ragione, lo meriti:

Ma prima?

Ci sarà stato qualcosa prima dei reggiseni bruciati, del femminismo integralista, delle suffragette, delle streghe. Ci sarà stato qualcosa che pesava, che mortificava, che arrabbiava, che amareggiava, che insorgeva…insomma, questa cultura dello stupro non può avere radici così corte. Radici così, si sradicano velocemente.

Elettra. Persefone. Danae. Dafne. Antiope. Andromaca. Europa. Lucrezia. Elena. Sono un piccolo elenco di donne della mitologia Classica.

Quella che chiamiamo mitologia Classica è la forma orale più antica che siamo stati, come esseri umani, capaci di concepire e tramandare. Che abbiamo poi trascritto e sulla quale abbiamo costruito le religioni, l’educazione civica, e la didattica che ancora oggi formano la cultura occidentale.

Elettra. Persefone. Danae. Dafne. Antiope. Andromaca. Europa. Lucrezia. Elena. Hanno storie diverse, alcune sono dee, altre sono ninfe, muse, popolane, altre sono regine. Le amiamo, le veneriamo nude nei più bei dipinti, nelle più belle sculture della Storia dell’Arte, le studiamo disegnate nei libri per bambini, poi nei manuali di scuola. Chiamiamo le nostre figlie con i loro nomi. Ma le loro storie hanno una cosa in comune, o meglio, le storie delle loro vite sono tutte condizionate da un solo elemento della vita umana: l’ingestibile sessualità maschile.

Lo stupro.

Insomma. In queste settimane di silenzio, ho cercato di percorrere a ritroso la linea del tempo della nostra esistenza sul pianeta, e ovviamente sono finita nella culla della nostra civiltà. Quel tempo felice in cui fiorivano i filosofi, gli scienziati, le menti brillanti sulle cui spalle ci appoggiamo ancora oggi. Le menti superbe che hanno lapidato Ipazia.

Le menti illuminate che, in un mercato editoriale non ancora saturo e che perciò concedeva loro infinite possibilità per inventarsi, per raccontarsi con loro stessi occhi, hanno scelto di scolpirsi ad imperitura memoria come un Dio stupratore.

Onnipotente e codardo.

Si, perché la maggior parte delle figure maschili, degli EROI, che costellano la mitologia classica, sono, o discendono, o diventano, o compiono epiche imprese in nome di, figure divine.

E di conseguenza, molte delle vite delle loro concittadine, sono irreversibilmente condizionate dal solito anziano sovrappeso, con problemi di gestione della rabbia e barba bianca…no, non quello della Bibbia. Ah, no, neanche Grillo…Zeus. Volevo dire Zeus. O dai suoi figli. O nipoti. O stirpe fino al nono grado di parentela.

Insomma i nostri padri. I padri fondatori della nostra cultura, si sono raccontati eroici, impegnatissimi in faccende supermega importantissime, supermega potenti, supermega intelligentissimi e supermega forzutissimi.

Ma supermega negati con le femmine.

Così negati, da non farcela nemmeno a scambiarci due parole. Così ossessionati dal fallimento e dal rifiuto, da rinunciare a tutto: al piacere della seduzione, dell’amore, del sesso consensuale, per scegliere invece il rapimento e lo stupro.

Rapimenti e stupri che però, essendo frutto della fantasia di menti che se la cantano e se la suonano tutto da sole, trovano poi un risvolto positivo. La dinamica è sempre più o meno la stessa: il Dio, o chi per lui, addocchia la pollastra e si trasforma in qualcosa che nasconda la sua vera identità di maschio: un fiore, un aquila, un toro, una pioggia d’oro (mitologico antenato della golden shower). Rapisce, stupra, mette in cinta perché la cilecca non esiste, e lascia la femmina in una condizione MIGLIORE di quella in cui l’aveva trovata: dea, regina, madre, o due su tre di queste. Ricompensa con l’oro lo sfruttamento del suo corpo, l’assassinio della sua anima.

Queste donne, naturalmente, sono quasi sempre bambine: esseri il cui sviluppo intellettivo ed emotivo è assolutamente incompleto ed incompiuto, e perciò condizionabili, manipolabili, con corpi pre-adolescenti il cui sviluppo osseo probabilmente resterà irreversibilmente compromesso dalla penetrazione forzata e dalle gravidanze precoci.

Questa è la cultura dello stupro. Non una sola parte da rivedere della nostra cultura.

La nostra è, in toto, una cultura dello stupro: una cultura in cui la donna è funzione, come poi resterà per secoli, del trionfo maschile e della sua gloria. E quello che c’è da rivedere sono i nomi che diamo alle cose, e i loro significati.

C’è tutto da rivedere.

E noi? Noi paese di poeti e calciatori? Per quanto riguarda il nostro bel paese in particolare, bellezze mie, ci vuole un altro pug. Anzi, proprio questo:

Per quanto riguarda noi, sappiamo bene che Roma non è stata costruita in un giorno.

No. Ci sono volute le solite supermega impresissime di supermega maschioni gladiatori per farla.

Storie di uomini e di lupi. Mitologia ancestrale in cui non esistono madri. Non esistono sorelle, non esistono figlie, non esistono spose. Non esistono donne.

Tanto che fatta Roma, i nostri six-packs in gonnellino di pelle, si ritrovano soli. Soli nella grande città. E che fare? Partire per mare e per terra, ed affrontare l’eroica, epica impresa della conquista del cuore di una donna? Ma neanche morti.

Rapirle. Portarle via alle madri e ai padri, e ai fratelli, e agli amici delle altre città, dei villaggi limitrofi. E non attaccando alla luce del sole indossando il coraggio delle proprie azioni. No. Organizzando un’imboscata: una specie di party inaugurale della città in cui tutti sono invitati per brindare alle future collaborazioni tra vicini di casa. Un party in cui scorrono fiumi di alcol, così da far caracollare tutti gli invitati ubriachi, e trac! Un gioco da ragazzi. Da eroi -col cazzo in mano- per citare la musa del nostro racconto*.

*(per chi non si ritrovasse in questa citazione: recentemente Beppe Grillo ha espresso in un video le sue “perplessità di padre” rispetto alle azioni legali in atto nei confronti del figlio Ciro, indagato per stupro e violenza di gruppo, asserendo che quello che si vede nei video in possesso dell’accusa, è solo -un gruppo di ragazzi col cazzo in mano-)

Questo episodio, quello viene tramandato con il nome di Ratto delle Sabine dove sabine erano le autoctone dei territori limitrofi.

Eccoci qua insomma. Io non ho niente da dire su quello che Grillo ha pensato fosse appropriato esprimere. Su quello che in molti hanno letto come un normale slancio paterno. Su quello che quel gruppo di giovani maschi ha scelto di fare.

Io vorrei invitarvi a chiedervi perché.

Perché Grillo pensa sia appropriato esprimere quei concetti. Perché per tanti quei concetti rappresentano l’amore paterno. Perché ci sono giovani maschi che desiderano anche solo masturbarsi in gruppo, sul corpo sbattuto a terra e limitato nei movimenti, di una ragazza che nega il suo consenso. Voglio sapere perché un gruppo di giovanissimi maschi arrivano a concepire di procurarsi appagamento sessuale in questo modo, riprendendosi con i cellulari.

Lo fanno perché in fondo, prendersi ciò che si vuole senza dover chiedere, senza dover conoscere l’altrui parere sul nostro aspetto o sulla nostra personalità, agire senza tenere conto della volontà altrui, è interiorizzato nella società come eroico.

E allora pensate cosa sarebbe, se la narrazione dell’eroe fosse quella delle persone gentili. Fallibili. Altruiste. Senza vincoli di genetica, estetica, o onnipotenza da raggiungere.

Quando ho guardato I May Destroy You la cosa che mi ha sorpresa di più, è stata la gestione da parte delle forze dell’ordine, della situazione denunciata dalla protagonista. 

Io non lo so se tutti i poliziotti inglesi sono veramente così consapevoli, delicati e seri rispetto alle tematiche della violenza sessuale, o se quella sia stata una scelta dell’autrice. Ma adesso so che in Inghilterra esiste un protocollo che riconosce come violenza sessuale anche un atto di svilimento, sottomissione e forzatura che non comprende la penetrazione vaginale e/o anale, e che lo rende perciò penalmente perseguibile. 

Per l’autrice Michaela Coel, questo non era il centro della narrazione, lei non si è preoccupata di raccontarci che finalmente le forze dell’ordine si sono rese conto di ciò che significa violenza sessuale.

Invece, ci racconta di come, grazie al fatto che le forze dell’ordine lo sono, consapevoli di ciò che significa violenza sessuale, lei che *SPOILER ALERT* l’ha subita, può rendersene conto nonostante il cervello umano la spinga, come reazione chimica, a negare il trauma.

Ecco: ora che la rabbia per la gogna mediatica dell’ennesima vittima di violenza sessuale è scemata, ridimensionata e sedimentata, e può essere messa a parole, quello che a me “interessa” della brutta storia del figlio viziato e codardo del capriccioso uomo di potere, sono le domande che mi ha spinta a pormi:

Che problema abbiamo? Come società.

Cos’è che ci impedisce di realizzare, velocemente e senza esitazioni, che nel video di un gruppo di “ragazzini con il cazzo in mano” che immobilizzano al suolo una ragazza sola, non ci può essere nulla di accettabile, nulla di NON violento?

Cos’è che ci impedisce di capire che il trauma è inconfessabile per sua natura? Si chiama trauma perché blocca, mette in STOP, perché la prima fase della sua elaborazione è la negazione, perché non lo vogliamo, lo rifiutiamo.

Cos’è che ci impedisce di capire che andare a raccontarlo nelle luci al neon di una caserma, ad un uomo di mezza età che, nove volte su dieci, ti chiederà cosa hai fatto TU per farti fare quello che ti è successo, è un’azione che rasenta l’impossibile?

La prima volta che ho visto un maschio guardami con il cazzo in mano, avevo 9 anni.

Me lo ricordo perché nove sono gli anni che ci avevo messo a convincere i miei a prendermi un cane: alla fine è andata che gli ho portato in casa un sacchetto di pulci raccattato da uno scatolone alla fiera dei Cöj (fiera dei cavoli, che sono l’orgoglio della mia città d’origine). Il proprietario dello scatolone aveva visto me e la mia amica, novenni e sole, e ci aveva detto che se non salvavamo i cagnolini, lui li avrebbe affogati. Ci ho guadagnato una specie di fratello minore che è stato con me fino a dieci anni fa.

Insomma, il cane era ancora un cucciolo, io avevo nove anni, e lo porto fuori, giusto sotto casa, in uno di quei pomeriggi afosi in cui tutti sonnecchiano con le tapparelle abbassate.

Davanti alla casa in cui sono cresciuta, c’è stata per tantissimo tempo una collinetta fatta delle macerie di qualcosa che avevano tirato giù, e poi lasciato lì. Noi bambini del quartiere ci giocavamo, ci correvamo su e giù, e quel pomeriggio avevo una gonna. E un cucciolo. Ed ero sola.

Si avvicina una macchina scura di quelle con il logo in erezione. Si ferma ai piedi della collinetta e abbassa il finestrino. Da dentro, un uomo sui cinquanta mi guarda e mi sorride. Per un pò faccio finta di niente, ero piccola ma mi sembrava già comunque una cosa da deficienti. Continuo a fare quello che stavo facendo: giocare, correre.

Poi quello mi parla: inizia a dirmi cose facendomi il gesto di avvicinarmi con una mano. Con l’altra non capisco bene cosa fa, ma non è ferma, il braccio va su e giù. Ovviamente l’idea di avvicinarmi a quell’estraneo non mi sfiorava, ma lui stava con la sua macchina tra me e il cancello per rientrare in casa, bloccandomi. Mi sentivo impotente e avevo paura, e questo mi faceva provare una grande rabbia. Così, dopo essere rimasta qualche secondo a guardarlo sorridermi, ho preso in braccio il cane e sono corsa più veloce che potevo. Una volta chiuso il cancello alle mie spalle, mi sono girata e lui…mi è scoppiato a ridere in faccia. Quell’uomo adulto, guardando una bambina di nove anni che aveva paura, è scoppiato a riderle in faccia. Da lì potevo vedere il suo pene che spuntava dalle mutande, incastonato nella zip aperta del pantaloni.

In un secondo la rabbia è sparita, e per qualche ragione, si è trasformata in profonda vergogna.

Salita in casa, i miei sonnecchiavano sul divano e io sono sparita nella mia camera.

Non ho raccontato questa cosa ai miei genitori per almeno quindici anni, e come vestirmi rappresenta ancora una battaglia giornaliera con me stessa.

Tutto.

Tutto ci impedisce di reagire con buon senso alle domande che la storia di Grillo ci pone. Tutto quello che ci insegniamo da quando abbiamo imparato a tramandare il verbo.

Però oggi, abbiamo strumenti e libertà, e nuove bambine e nuovi bambini.

E quindi credo che andrà meglio. Lentamente. Ma meglio. Se nessun* di noi si farà più schiacciare dal tempo e dalla fatica che rintracciare il bandolo di questa matassa, richiede.

P.S: l’articolo su Freud e la psicanalisi. Car* tutt* mi son messa in una cosa troppo ambiziosa. Non la mollo, ma ci ho messo un mese a scrivere questo…grazie a chi vorrà regalarmi la sua pazienza. Io di più, non smetto di provarci.

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