Barbara, Sanremo e il Libro Cuore

Sanremo è un Classico.

Una specie di perpetua trasposizione catodica de Il Libro Cuore.

Ogni anno l’Italia vive, arranca, corre, sorride, piange. Poi arriva Sanremo. E come a Natale, le finestre chiuse degli appartamenti, brillano sincronizzate al ritmo delle canzoni. Non tutte le finestre, ma quel tanto che basta per essere un po’ commovente come il commento dei mondiali per strada di quelle estati, o il silenzio di sera, durante il lockdown.

E ogni anni, Sanremo, violento e preciso come una TAC, ci fornisce uno screening delle zone attaccate dal male.

2021.

Come Il Libro Cuore insegna, sul palco dell’Ariston gli ometti bianchi, salgono impettiti e timorosi.

Ci sono i capoclasse, ci sono quelli divertenti, quelli leali.

Quest’anno Franti, il bulletto della classe, è Ibrahimovic, violento e razzista ogni domenica, ma in fondo…la tenerezza di vederlo lì, tutto elegante a strapparci qualche sorriso. Patato.

Come nel Libro Cuore, si insegna ai maschietti l’importanza del fare squadra, dell’essere forti insieme: si mette Franti davanti al suo avversario, e li si fa parlare del dolore, della fatica che comporta essere uomini di caratura. E del fatto che anche i maschietti più forti hanno paura a volte, ma che poi, passati un paio di giorni, si rimboccano le maniche e sconfiggono la malattia, perché VOLERE E’ POTERE. Patati.

Come nel Libro Cuore, i maschietti arrapati, aspettano le signorine che, invece di uscire dalla scuola per sartine, scendono le scale con vestiti costosi, e ancora convinti che l’imbarazzo sui loro volti sia riso spontaneo, le coinvolgono nel siparietto d’arte varia di un uomo di mezza età sessualmente insicuro, che ben sa, che è questione d’onore sottolineare la propria eteronormatività ogni qual volta un mazzo di fiori sia nel raggio di qualche metro, perché se no…patati.

E poi, come nel Libro Cuore, ci sono le infermiere, le uniche a devolvere il proprio compenso sanremese alla ricerca per le cure palliative di quei malati che, pur essendosi rimboccati le maniche, restano terminali.

Tutte le altre figure, femminili, maschili, o neutrali che siano, sfuggono un po’ alla lettura del maschietto bianco: restano ambigue nel variegato sforzo di esistere, di meritare, di pretendere. Il maschietto impettito sorride, balbetta, chiede aiuto alla regia con la coda dell’occhio, gola secca e fronte tesa. Taglia corto. Di fronte ad alcune, si concede persino il passo indietro, consapevole che probabilmente, presto, una di quelle giovanissime prenderà il suo posto, ma comunque non stasera. Per quest’anno, ancora no.

Tengono duro i nostri candidi eroi da Libro Cuore.

Poi, finalmente, arriva lei: la Maestrina dalla penna rossa. Quella che sorride dolce, che parla lentamente, che non lancia frecciatine. Lei non fa polemica, non ti fa perdere tempo, perché sta bene dove sta. Quella che si è schiarita la tinta per rassicurarli del fatto che il loro giudizio conta ancora, e che nessuno gli vuole portare via quello che gli spetta di diritto. Una vera Donna. Trucco, tacchi e sorriso perfetti.

E’ una maestrina un po’ imborghesita la Barbara Palombelli del Festival di Sanremo 2021. Una di quelle che, con i suoi ragazzi alle spalle, ricorda alle signorine che anche per essere “ribelli” ( la parola preferita dai boomer per eccellenza), bisogna essere composte e per bene.

Una donna, questa maestrina dalla penna rossa, che come usava ai tempi di Deamicis, per parlare di donne, alle donne, parla solo di uomini: del marito appena mette piede sul palco, del padre, dei cantanti di Saremo che giocano con le pistone e non assumono droghe, del direttore del giornale che le ha regalato le possibilità, e che ha fondato la “sezione femminile” di Repubblica, piena di signorine sorridenti come lei, che guardano i loro maschietti in tv, e poi ancora il padre.

Nessuna madre, nessuna figura di riferimento, nessun esempio, se non sé stessa, creata dalla costola del Padre, a sua immagine e somiglianza, per tutti i secoli dei secoli.

Una donna della capitale lei, dei suoi salotti per bene, delle vacanze romane, che per arrivare a sposare il politico, a scrivere per il direttore del suo giornale, e a rassicurare il maschio bianco sanremese, ha seguito le regole, sopportato e sorriso. Ha fatto persino la commessa.

Una donna che non assomiglia a tante e tante donne della sua generazione, che per studiare non avevano i soldi, che a sedici anni lavoravano in fabbriche in cui la minigonna era un gesto politico e fanculo il sorriso, che si sono sentite chiamare “puttane” dalle loro madri perché uscivano la sera con i loro amici maschi, perché facevano sesso, perché lavoravano, e che ci hanno insegnato che pretendere pari diritti non significa essere ribelli, ma sana parte attiva della società.

Quindi si Barbara, noi tutte ti ringraziamo per averci ricordato tutto quello che NON vogliamo diventare, e soprattutto, che la compiacenza, è il contrario della parità.

Non credo che in questo blog torneremo sul Libro Cuore, perché è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, proprio come cercare di dire cose sui particolari del discorso della Palombelli.

Dovessi aver incuriosito qualcun* che non lo conosce, posso dirti che Edmondo Deamicis, il suo autore, è uno di quelli che sicuramente era convinto di fare del suo meglio, di essere rispettoso nei confronti delle donne. E infatti lo è stato. Le ha rispettosamente, e molto, molto affettuosamente raccontate come le conosceva: poco.

Non so se stasera io e Gloria guarderemo Sanremo. Magari un pezzo. Magari no. Siamo tragicamente in ritardo con I May Distroy You, quindi…

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