Giulietta, Caterina e le altre…

/ tempo di lettura: un caffè tranquillo, ma meglio una tazza di te /

Noi siamo Giulietta Vacis e Gloria Giacopini.

No, non siamo madri. 

Sì, abbiamo superato i 30, e no, non siamo sposate: siamo pertanto SIGNORINE.

SIGNORINA è l’equivalente femminile del termine SIGNORINO, ugualmente utilizzato per definire l’uomo non sposato.

 Ah no? Non si dice SIGNORINO?

Ah. Qualcosa non torna, allora. Ma…cosa?

Nel mondo, 1 donna su 3 è destinata a subire violenza fisica e/o sessuale da parte del partner o di un estraneo. ( fonte WORLD HEALTH ORGANIZATION )

Durante il primo lockdown, durato da marzo a maggio del 2020, in Italia la percentuale dei femminicidi è schizzata al 50% del totale degli omicidi avvenuti nel paese, contro il 35% dello stesso periodo nel 2019 ( fonte Istat da ANSA ). Questo non significa che il 50% delle vittime della criminalità sono donne. Significa che il 50% degli omicidi avvenuti nel nostro paese durante il lockdown, sono stati femminicidi: “Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte.”

Vediamo la Classifica Europea del Tasso di Occupazione Femminile 2020: l’Italia si piazza in penultima posizione prima della Grecia. Dopo Romania, Croazia, Bulgaria, Polonia, Slovacchia, Malta…e…tutte le altre. (fonte OPENOPOLIS )

Durante la pandemia da Coronavirus, in Italia, su 101mila posti di lavoro persi, 98mila appartenevano a donne. (fonte Istat da WIRED )

Su scala globale, tenendo conto di circa 200 nazioni, 20 sono guidate da capi di stato donne. Non il 20%. Venti di numero. (fonte AGI )

A livello formativo, esiste ancora, nel nostro paese come nel mondo, un divario educativo profondamente legato agli stereotipi di genere, che a partire dalla scuola primaria, fino ad arrivare all’istruzione universitaria, induce le bambine a diffidare delle proprie capacità scientifiche. Questo porta, in Italia, ad avere un totale complessivo pari al 16,5% di laureate donne in materie scientifiche, contro il 37% degli uomini. Nelle aree STEM ( Science, Technology, Engineering and Mathematics) nel nostro paese, un solo professore ordinario su cinque è donna, cioè il 20%. Per quanto riguarda i rettorati, i rettori donna nel settore, rappresentano il 7%, in Italia sono quindi 4. (fonte rapporto annuale SAVE THE CHILDREN )

Nella storia degli Stati Uniti invece, la carica di Vice Presidente è stata ricoperta da una sola donna: “e questo non è normale”. ( fonte: Laura…nome fittizio di una partecipante tredicenne al nostro laboratorio sulle Pari Opportunità in una scuola media della provincia modenese).

Sarà che forse ci sentiamo un po’…demotivate?

Che ci sia qualcosa che ci rende un poco insicure?

MACCOSA MI CHIEDO? COSA?

Scrittori, pittori, poeti, intellettuali, registi, cantanti, politici, psichiatri, preti, papi.

Tutti maschi.

Produttori di sfrenate fantasie senza contraddittorio, 

Autori di eroine dipinte, raccontate, scolpite, cantate…inventate. 

Le vostre eroine. Le loro. Ero-ine.

Ma chi sarebbero state le nostre nonne, le nostre madri…

…se le vostre eroine non fossero morte solo per amore, per i figli, per i padri, per i regni dei padri, dei mariti?

Chi saremmo noi

…se non ci mettessero un bambolotto tra le braccia, ancora prima di iniziare a camminare?

…se anche in noi, capelli bianchi e pancetta suscitassero fascino?

…se avessero lasciato che fossimo noi a scriverle, le nostre eroine?

Insomma, il nostro primo capitolo non potevamo che dedicarlo all’unico scrittore, per lo meno l’unico che io sappia, ad essere rappresentato persino sugli strofinacci da cucina…e lo dico, perché ce l’ho (allego foto) .

Lo Scrittore Poeta per eccellenza, l’inventore dell’amore moderno, della tragedia contemporanea, della parola stessa in alcuni casi. Il più studiato e citato nelle scuole di tutto il mondo. Il più sospirato e dedicato. Il Bardo con l’articolo davanti e la maiuscola, William Shakespeare.

Di lui c’è una cosa in particolare che si dice sempre, e cioè che le sue parole e le sue dinamiche, sono senza tempo. Sempre attuali. E infatti, ancora oggi, le sue eroine fanno sospirare per astuzia, ironia, e naturalmente…bellezza. 

Diamo una scorsa veloce ad alcune di loro: (vi lasciamo qui un suggerimento di colonna sonora per questa nostra sfilata di grazie, se voleste usufruirne SFILATA EROINE )

Giulietta. Morta. 

Desdemona. Morta.

Ofelia. Prima impazzita. Poi morta.

Goneril e Regan, due delle tre figlie di Re Lear, morte. Si uccidono a vicenda. 

Cordelia, la terza figlia di Re Lear, morta. Per un’incomprensione. 

Ero, Molto Rumore Per Nulla, muore! Ma! Solo in apparenza, come Taylor di Beautiful. Attenzione perché è contorta: voi leggete lentamente che io faccio del mio meglio per tirare le fila della trama (se avete la colonna sonora attivata, toglietela un minuto).

Allora, Ero di Molto Rumore per Nulla che muore solo in apparenza: quello che succede è che, assolutamente incapace di farsi valere, Ero sviene di crepacuore davanti al suo promesso sposo Claudio, appena venuto a sapere che la sera prima del loro matrimonio, Ero è stata vista PARLARE dal suo balcone, con un uomo non meglio identificato in strada. Quindi, al grido di infedeltà ed immoralità, Claudio decide di raggiungerla direttamente all’altare per coprirla di calunnie e minacce davanti a tutti gli invitati, fino a farla collassare. Ovviamente questo imperdonabile tradimento non ha mai avuto luogo, ma a nessuno frega granché di scoprirlo. Però. Non vi preoccupate: l’amore trionferà e lei quest’uomo meraviglioso, lo sposerà! Che culo! Ci pensa papà, a darle una mano. Come? La convince ad approfittare di quello svenimento facendosi passare per morta, perché…pure se non era vero, ormai la gente mormora che lei sia una puttanella e a questo si sa, non v’è rimedio. In questo modo, le dice papà, da morta, potrà finalmente innescare umanità e compassione nei suoi calunniatori, spingendoli a confessare e perciò a riabilitarla dalla vergogna. Ma, se così non fosse, poco male perché le si aprirebbero le porte del convento.

Aspé, vi siete persi e non ricordate perché deve fingersi morta/finire in convento? Ve lo dico: perché è stata ingiustamente accusata di aver parlato con un uomo dal balcone. Problemi? Fatti vostri. Andiamo avanti. Il buon uomo suo padre, nonostante tutto, ci tiene con ogni mezzo ad esaudire il più tenero sogno della sua amata figlia, cioè sposare il caro Claudio, sì lui, il tizio che ha smattato venti minuti prima facendola collassare a forza di insulti. Del resto, chi non lo vorrebbe come amorevole compagno per la propria figlia? Quindi escogita di far passare Ero per una cugina inventata di sana pianta, di cui nessuno ha mai sentito parlare, né ha mai visto, ma che guarda caso le assomiglia come una goccia d’acqua, e quindi sotto queste spoglie, darla in sposa a Claudio, che, di fronte all’estranea, non farà na piega e se la sposerà, perché è bona come quell’altra. Si, dopo glielo dicono: tadàaah! È Ero quella che ti sei sposato, non è morta. Yeeeehhhhh!!!! E via a stappare champagne. Tutt’apposto.

Ma passiamo a Beatrice, la cugina di Ero. Buonissime notizie, Beatrice non muore. Anzi, Beatrice è una vera protofemminista, lei sogna e invoca la parità dei sessi, è dotata di ironia ed intelligenza sopraffine e ne fa orgogliosamente sfoggio. Beatrice è un personaggio fantastico e farà di tutto per difendere la cugina! Fino…si, perché Beatrice purtroppo è anche colei che abbiamo ribattezzato -femminista fino a mezzogiorno-. Già, perché in realtà, dopo cento pagine di infuocate parole d’indipendenza e giustizia, e dopo un’invettiva proverbiale contro l’impotenza che le viene imposta dal suo status di femmina, al matrimonio/farsa di sua cugina Ero, si sente così a suo agio da lasciarsi finalmente andare al limone duro con il suo innamorato Benedetto. Da lì, dal limone, di lei nella commedia non se ne saprà più niente. Dritta all’altare e muta.

Chiudiamo questa allegra sfilata che comprende solo alcune delle eroine Shakespeariane, con Lei: l’unica ad avere un titolo tutto suo…si, ci sono anche Le Allegre Comari di Winsdor, ma quelle chi se le ricorda? Non so neanche quante sono. Lei invece è l’unica protagonista della sua storia! Si, occhei…il titolo non ci dice il suo nome, ma che cos’è un nome? Una rosa è una rosa anche con un’altro nome? E poi le sue gesta la precedono: per secoli basterà quell’unico aggettivo con cui viene definita nel titolo, ad evocarla. Signore e signori, parliamo di lei, quella che più di tutte ci ha…illuse, e poi deluse. L’epic fail totale delle eroine shakespeariane: La Bisbetica ( rullo di tamburi) DOMATAAAAAA!!! (quaquaquaaaaa)

Per cominciare in allegria, vediamoci il trailer del film del Maestro Franco Zeffirelli. 1967. La Bisbetica è Liz Taylor:

“Un film dedicato a tutti gli uomini che abbiano almeno una volta, schiaffeggiato la donna amata. E a tutte le donne che se lo sono meritato. Vale a dire…un bel po’ di gente.”

Caterina: La bisbetica un nome ce l’ha, ed è Caterina.

Caterina, all’inizio di questa commedia, si presenta come l’avanguardia, la rivoluzione, infatti Caterina non si lascia prendere in giro, e non si piega alle regole di un sistema che la vorrebbe docile e silenziosa. Se la prende persino con sua sorella Bianca perché secondo lei è troppo angelicata. Caterina è tosta ed è furiosa, anzi, è incazzata nera per il modo in cui le si impone di vivere e dal quale non ha né scampo, né alternative. Quindi sbraita e morde come una tigre in gabbia, punzecchiata dal bastoncino irriverente di un bambino di là dalle sbarre.

Poi, in un giorno come un altro, arriva un uomo. Ma non un uomo qualunque! Proprio quello che ha da puzzà! Un uomo che si presenta dichiarando apertamente di volerla in sposa solo per la dote, dichiarando che la maltratterà e che la trascinerà all’altare anche senza consenso. E così, come per magia e nel giro di poche pagine, in nome di quello che viene definito “il più sottile gioco di seduzione della storia della letteratura”, Caterina ci finisce per vincere il titolo di moglie più obbediente, in una competizione tra mariti. 

Ma…oh Gesù! Ma come succede sta cosa?

Tradizione insegna che succeda con il nascere ed il crescere del sentimento d’Amor tra due spiriti indomabili.

Petruccio, questo è il nome dell’omo che ha da puzzà, all’inizio della commedia, nonostante le dichiarate intenzioni, sembra essere la prima persona in grado di tenerle testa. Il primo a non avere paura di Caterina. Insomma, la bisbetica sembra trovare pane per i suoi denti, e anche se ad alcuni un approccio così focoso da risultar rude può non piacere, magari piace a lei. Del resto, tutti sappiamo che chi si somiglia si piglia ! Anche se…da vero osso duro, Caterina non lo ammetterà mai. 

Così, anche se continua a dire: no! dopo 72 ore (calcolo approssimativo) si ritrova all’altare.

Che Petruccio sia davvero quello giusto per lei? Del resto è uno che non se la fa sotto e che prende l’iniziativa. E poi sottolineiamo che Shakespeare, in questo testo non esplicita nessuna violenza fisica. Solo che…

Il giorno delle nozze la chiesa è gremita, tutto è addobbato, gli invitati si sono messi in tiro, e la sposa è certamente bellissima. 

All’inizio di questa scena, manca solo Petruccio: il giorno del suo matrimonio con Caterina, Petruccio si fa aspettare per ore. Così a lungo che sposa ed invitati si convincono che non arriverà. Al padre che si lamenta di quella “figuraccia”, Caterina risponde: 

“E’ un onta solo mia. Mi si costringe 

a dare la mano, contro il parere del cuore, 

 a un pazzo, un cafone in preda alla bile,

che corteggia in fretta e per le nozze che 

fan comodo.”

Invece, alla fine, Petruccio compare. Si presenta in chiesa vestito come uno straccione, risponde al prete bestemmiando all’altare e lo prende anche a schiaffi facendolo cadere. Shakespeare scrive che Caterina trema. Poi Petruccio chiede del vino e lo getta in faccia al sagrestano senza un motivo, unicamente a sfregio. Afferra Caterina per il collo, e la bacia. Gli invitati, per la vergogna lasciano la chiesa. Finita la cerimonia, Petruccio impedisce a Caterina di partecipare al banchetto nuziale invitando tutti a brindare, da soli, alla verginità di lei. Ha fretta Petruccio, la vuole portare subito a casa al grido di: 

 “sarò ben padrone di ciò che mio, lei è roba mia, mia proprietà”.

E nonostante Caterina provi ad opporsi per restare, il padre la sbatte fuori buttandola in caciara: “lasciateli andare, chi si somiglia si piglia”. Anche sua sorella Bianca, sorridente dichiara: “pazza com’è si è pazzamente appaiata”.

Gli invitati sono divertiti e incuriosisti da questa coppia focosa. Nessuno si preoccupa, e da qui per Caterina inizia la luna di miele: Petruccio la fa montare a dorso di mulo ancora vestita da sposa, digiuna e sotto la pioggia, per intraprendere, al freddo, il viaggio verso quella che sarà la sua nuova casa. Durante il viaggio, il cavallo di Caterina scivola sul fango, lei viene disarcionata e il cavallo, scivolando a sua volta, le cade addosso schiacciandola. Petruccio invece di aiutarla, la deride, e senza apparente motivo, si mette poi a picchiare il servo che li accompagna. Caterina si divincola dal peso dell’animale, intendo il cavallo, e corre a supplicare Petruccio di smetterla di pestare il servitore.

Quando arrivano a casa, la casa di Petruccio è una casa sporca, gestita da servitori sporchi e pigri, che non si occupano nemmeno di far trovare un fuoco acceso. 

Qui Petruccio inizia di nuovo ad imprecare e gridare contro la servitù, getta a terra il cibo che è stato preparato ribaltando il tavolo. Caterina continua a pregarlo di smettere, lo supplica. Lui allora la trascina in camera da letto, dopo averle un’altra volta impedito di mangiare, e dalle parole di uno dei servi sappiamo che dentro quella camera lui:

“ impreca, bestemmia, la sgrida tanto che la poveretta non sa da che parte girarsi, dove guardare, cosa dire, e se ne sta come una appena svegliata da un sogno”

Una volta fuori dalla stanza, Petruccio infatti svela ai servitori le sue intenzioni: 

“ Così, da politico, ho iniziato il mio regno. 

La mia falchetta è spossata, a pancia vuota,

ma finché non si piega non sarà sfamata, 

altrimenti sarà impossibile adescarla.

Ho altri modi per per ammaestrare la selvatica, per 

farla venire al richiamo del padrone. 

E cioè tenerla sveglia come si fa coi falchi.

Non ha mangiato oggi, né mangerà.

Ieri notte non ha dormito, né stanotte lo farà.

E’ così che si ammazza una moglie, con la gentilezza”.

Da qui alla fine della commedia, Petruccio demolisce la volontà della moglie con una dinamica carissima a maestri dell’angoscia come Hitckock e Cukor, la porterà cioè a perdere la ragione: oltre alla privazione di sonno e cibo, inizia infatti un estenuante gioco dei contrari in cui, a seconda delle “indicazioni” di Petruccio, il giorno deve essere notte, il sole la luna, oppure vecchi viandanti devono esser trattati come giovani fanciulle e via così, minacciando Caterina di impedirle di rivedere il padre e la famiglia ogni qual volta che lei provi a contraddirlo.

Vi ricordate che vi avevo detto che Caterina ha una sorella? Bianca, angelicata e muta. Bianca ha, all’inizio della commedia, ben due pretendenti a farle la corte. Bé, ne sceglie uno, e si sposa anche lei. Al matrimonio ci sono tutti: la famiglia e gli amici dello sposo, e la famiglia della sposa, perché le donne di Shakespeare amici non ne hanno. Ecco, al ricevimento delle nozze di Bianca, i mariti invitati al banchetto, per svagarsi un poco indicono una sfida: stabilire chi tra loro, abbia la moglie più obbediente. 

E’ qui che Caterina, in un tripudio di dialettica, ipnotizzerà gli tutti invitati con un monologo così carico di reverenza e devozione nei confronti del suo signore e padrone, da far rabbrividire le altri mogli presenti, ma facendo vincere la sfida a Petruccio, che chiude la commedia con eleganza portandosela a letto per la prima volta, finalmente resa mansueta dal suo amore.

Fin.

Allora. Si. Ho giocato sporco. Vi ho sbattuto la trama qui, così, nuda e cruda, senza la meraviglia della parola shakespeariana, senza musiche romantiche o scenografie oleografiche, come una stanza illuminata al neon. Come una scena del crimine al luminol, perché questo è, senza ciò che fa di quest’opera, un Classico del teatro mondiale.

Di certo c’è che La Bisbetica Domata è uno di quei testi classici di cui in molti conosciamo soltanto il titolo, anche perché come avrete intuito, il suo contenuto, nei secoli, ha creato non poca apprensione. Noi l’abbiamo letto e riletto per capire perché venga definita e insegnata come una commedia romantica. Perché qualcuno scelga di lavorarci oggi, invece di scrivere nuove storie. E per prima cosa, abbiamo cercato gli adattamenti cinematografici. Ne abbiamo trovati solo tre di espliciti, fedeli al testo: nel primo del 1929, una Caterina super sorridente, le prende dall’inizio alla fine, quindi…nel finale, le altre signore che evidentemente condividono le sue stesse sorti, si mettono d’accordo tra loro con un occhiolino e pazientemente sciorinano parole mansuete, incantando i loro mariti violenti come serpenti.

Mary Pickford e Douglas Fairbanks nel film del 1929.

Nel secondo, del 1942, di gran lunga il nostro preferito e il più spiritoso (soprattutto per l’interpretazione di Lilia Silvi), Caterina ha con Petruccio (Amedeo Nazzari) una conoscenza d’infanzia ed un rapporto di complicità effettiva, che si sviluppano senza violenza fisica. Ci troviamo comunque in un contesto di metà novecento in cui era normale che una donna non potesse sottrarsi al matrimonio. Così, seppur con grande spirito e candore, alla fine Caterina intona un’allegra canzoncina in cui declama che per guarire le bisbetiche, ci van un marito ed un bastone lì per lì! E così, dopo il matrimonio, non le riconosci più. Sbam! Trasformate in sposine piene di virtù. Adoriamo. (il film è disponibile su Youtube ed è davvero grazioso, se ben contestualizzato: Bisbetica Lilia Silvi )

L’ultima versione cinematografica di questa commedia evidentemente più cara agli Italiani che agli anglosassoni o al resto del mondo, è quella di Zeffirelli. Non dico niente perché ne abbiamo parlato prima, e ne parleremo tra poco ancora.

Ora però, ti vuoi forse fermare cinque minuti: stiracchiarti, sgranchirti le gambe, farti un’altro te, quelli a foglia li puoi infondere due volte. Magari un caffettino, un’occhiata a Instagram. Perché ne avremo ancora per un po’. Guardiamoci un carlino insieme:

Eccoci. Insomma. Per capire meglio questo testo, abbiamo poi guardato molti estratti di spettacoli da Youtube, letto analisi, studi, note di traduzione.

Anche qui, per continuare a definire La Bisbetica Domata una commedia romantica, i più si impelagano nel cercare giustificazioni che evitino la violenza fisica, spesso uscendone con ragnatele e foglie morte incastrate tra i capelli.

Poi, tra tanti personaggi illustri e meno illustri, più o meno intellettuali, più o meno pubblicati dalle più importanti case editrici italiane, c’i sono quell*, soprattutto nel nostro paese, che in questo testo, così com’è, ci vedono: seduzione, erotismo e sottile ironia. Che dicono che sì, può sembrare violento, ma è un falso problema perché fa ridere. Perché è una fiaba, teatro nel teatro, e infatti Petruccio, anche se potrebbe, non stupra Caterina. Ci si DEVE quindi “arrendere” all’idea che Shakespeare ne aveva.

Rassegnarci, come Caterina, al naturale equilibrio tra maschile e femminile. 

Occhei, boomer. Solo che…chi lo sa davvero cosa intendeva Shakespeare 500 anni fa quando scriveva queste parole per un teatro in cui le donne non potevano recitare. Quando sapeva che a declamarle, le sue parole, sarebbero stati solo uomini: uomini vestiti da donne. Eh…allora magari, per Shakespeare questa non era una Commedia Romantica, magari era una satira molto amara di un certo sistema misogino e violento, che come la satira migliore sa fare, induce al ragionamento attraverso la risata: Caterina, interpretata da un uomo adulto, magari barbuto, magari il doppio dell’attore che interpretava Petruccio, chi lo sa, che finiva per declamare convinto, parole di sottomissione.

Poteva essere divertente per una compagnia di soli uomini, immaginare i modi più buffi per far ritrovare quei due improbabili protagonisti in certe situazioni, rese paradossali dal loro aspetto. Rese comiche dal fatto che nessuno dei due fosse davvero, una giovane donna data in sposa ad un uomo violento. 

A noi insomma, piace pensare che a Shakespeare non sarebbe piaciuto vedere gli escamotage che i grandi registi come Zeffirelli, hanno poi trovato in epoca moderna, per giustificare il fatto che Caterina, lentamente, si plachi. Caterina sempre più bella, che viene piegata, che si rassegna. Liz Taylor addirittura si becca una legnata su una gamba da Richard Burton. Allora piange. Caterina piange, e lui, dopo averla spinta a terra, immobilizzata per i polsi, e picchiata con un bastone, le allunga una mano e parte una musica romantica. 

Davvero, ci abbiamo passato un sacco di tempo su questo testo, molta parte del lockdown a chiederci se avesse senso, se ci fosse bisogno di parlarne ancora.

Non abbiamo studiato solo opinioni maschili, anche e soprattutto quelle femminili. Autorevolissime opinioni di donne scrittrici, traduttrici, registe, che dedicano la vita allo studio, alla traduzione, alla comprensione di questi testi.

Donne che ci insegnano “il paradosso metafisico per cui domare, si dimostra un’altra voce del verbo amare”. Che ci spiegano come Petruccio, nel castigare Kate, si sottoponga DI FATTO anche lui alla tortura…Che ci insegnano, che tra le tante sovversioni dell’amore, c’è quel particolare movimento grazie al quale, chi soffre, in verità è chi gode di più. Donne che ci spiegano che quello che davvero avviene nella Bisbetica Domata, è che Caterina e Petruccio “copulano verbalmente a un ritmo sempre più intenso[…]con punte di virtuosismi sadomaso”, che Caterina si eccita così. E che Petruccio, vestendo gli abiti dello psicoterapeuta, del regista, denuda la sua dama, e le insegna a rendersi conto di come fino al suo arrivo, abbia aderito da sola all’identità di bisbetica. Così, dopo averle fatto la diagnosi, Petruccio la risana.

Donne che equiparano la lingua della donna al pene dell’uomo, come a volersi adattare facendo proprio quel ragionare maschile, che per secoli ci ha confinate tra sugna e merletti, secondo cui tutto è sesso. E siccome il sesso fa anche godere, allora tutto è bello, allora tutto vale. Allora tutto fa ridere. Supportando quella convinzione maschile ed utopica secondo cui tutte le donne, infondo, desiderano qualsiasi tipo di sesso con qualsiasi tipo di uomo. Proprio come secondo gli omofobi, a tutti i gay piacciono tutti gli uomini, e tutte le lesbiche non sono altro che…delle bisbetiche che non hanno trovato il loro Petruccio.

Fortuna che noi, gagliarde trentenni che abbiamo visto l’alba di Twilight e delle Sfumature di Grigio dopo decenni di Dawson’s Creek, proprio non siamo più interessate a queste torture freudiane che ci hanno stretto il cervello per secoli come le stecche di balena dei corpetti.

A noi interessa, per quanto ci è possibile, essere sicure che le bambine non crescano più pensando che in tutto questo, ci sia qualcosa di romantico. Che farsi trattare così, infondo vada bene. Che qualcun altro possa sapere meglio di noi, quello che desideriamo. O che per essere veramente delle fighe, un po’ di violenza faccia parte del gioco.

Che la nostra indole sia devota alla sopportazione.

Per questo lo vogliamo dire, che ci fanno un po’ paura, ma più pena, quelli e quelle, che continuano ad inventare giustificazioni che consentano oggi, di portare in scena una situazione che…si spera…non vorrebbero far vivere alle loro figlie, in una maniera in cui non è stata scritta, e per la quale una giustificazione non c’è.    

Se si esclude il paradosso della parità, o disparità al contrario, di forza fisica tra maschio e maschio, questa non è che una tragedia. Non è che la storia di una persona isolata dagli affetti e abusata, nel 2021 esattamente come nel 1590. E se si accetta di portarla in scena con un uomo e una donna, si accetta di ridere di qualcuno che è impossibilitato a riscattarsi.

Come se ogni puntata di Willy il Coyote finisse col coyote che si sbrana Beep Beep l’uccellino, impedendoci di ridere dall’arrogante che finisce per essere ridicolo, goffo, scemo. Certo, questa sarebbe una commedia se la nostra fosse una società ideale priva di violenza di genere. Oppure se i ruoli fossero invertiti, come hanno già detto in molti, come ha fatto Celentano nel suo Bisbetico Domato. Oppure basterebbe che Petruccio ne uscisse goffamente come Willy il coyote, come Barney in una puntata di How I Met Your Mother ispirata a questo testo. Invece ne esce gagliardo: Petruccio fa tutto quello che vuole e l’indifesa, perde.

Indubbiamente l’algoritmo dell’arrogante demolito non è universale. Esistono anche esempi esilaranti di deboli a cui capita la qualunque, e ci fanno un sacco ridere: Fantozzi, per dirne uno. Solo che di Fantozzi ridiamo perché è dichiaratamente l’Uomo senza qualità, che paga per la sua codardia, pigrizia, mancanza di empatia, a cui tra l’altro capitano cose incredibilmente assurde come una figlia scimmia, o di morire, andare in paradiso, e tornare sulla terra dalla Pina che lo aspetta in salotto.

Caterina invece è dignitosa, forte, intelligente. Ed è una schiava, a cui capitano cose che tutti i giorni leggiamo nelle cronache. 

Quello che le accade, per Caterina, non è un gioco erotico, non è godibile, non è felice, perché Caterina non può non sceglierlo. Non può dire no. Non può sottrarsi. Ed è la storia di una donna su tre, nel 2021, in ogni paese della terra.

Eliminare questo presupposto, è raccontare un’altra storia. Dire che ogni donna è libera di scegliere se farsi legare e menare, è un’altra storia. Raccontare di bondage, shibari, sadomaso, e sesso, sesso, sesso…boh…fate voi.

Però non è bello che nel 2021 la versione più in voga tra gli intellettuali e gli illuminati italiani di ogni sorta, sia ancora che la Bisbetica è una storia di seduzione intellettuale a lieto fine. E che chi non capisce questo, non è di larghe vedute e non capisce Shakespeare.

Spezza il cuore anche a noi doverci armare di contesto e ammettere che, se mai lo è stata, questa poteva essere una commedia 5 secoli fa. Secoli di merda anche per i geni.

Abbiamo paura invece, che soprattutto nel nostro paese, passi per essere una storia a lieto fine, e possa far ridere ridere oggi, solo perché si parla di una donna, domata. Nessun altro, infatti, a parità di condizioni, privato cioè dall’intero sistema sociale della possibilità di decidere per sé stesso, e quindi indifeso, farebbe ridere domato: non un bambino, non uno schiavo. E nessuno si sognerebbe di riadattare, di giustificare. Si userebbe ad esempio di qualcosa che è meglio di no, o si racconterebbero semplicemente delle altre storie. Delle nuove storie.

Non esiste una donna come Caterina, vera e felice. Questa e’ solo una fantasia erotica un po’ demenziale, che smettere di avere, farebbe bene al mondo.

Non ci sono donne nelle storie di Shakespeare.

Ci sono stereotipi. Stereotipi che potrebbero esserci più che mai preziosi oggi, per comprendere quello che è stato, e cambiare quello che sarà, se solo avessimo la forza di separare l’estetica e la grazia della parola, dal loro significato. Se, come un trentacinquenne che finalmente lascia la casa dei genitori, riuscissimo ad abbandonare il timore reverenziale che il concetto di Classico ci incute, per iniziare ad affrontare la cruda realtà dei numerosissimi messaggi violenti di cui i classici sono costellati. Se riuscissimo finalmente e tardivamente ad affrontare il fatto che ancora oggi, siamo portati a considerare normali gli stereotipi di genere e le dinamiche violente, anche perché alla base della nostra cultura esiste un linguaggio che ce li insegna come normali, e a volte, persino nobili.

A noi piace pensare pensare che Shakespeare, chiunque o qualunque cosa fosse, fosse davvero un puro, o una pura, e che amasse le bisbetiche molto più delle domate, ma lo stesso, ognuno parla con la lingua che gli viene insegnata, e infatti quello che succede a Caterina, è quello che succede ad Ofelia, che vittima dei capricci del principe di Danimarca, ci perde la testa e si ammazza. Ed è quello che succede a Desdemona, la moglie amatissima di Otello. 

Questa non la chiamiamo commedia ma dramma, perché Otello è la storia di un femminicidio, quello che fino al 1981 abbiamo chiamato delitto d’onore, e che oggi come allora, come 5 secoli fa, portiamo in scena per ascoltare le ragioni di lui, che pazzo di gelosia, ammazza lei, chiamandolo amore

Otello è ancora per il pubblico, il dramma di un uomo vittima di un complotto e folle d’amore, e infatti, c’è chi scegliere portare in scena l’omicidio di Desdemona come un incidente…nonostante le due pagine di premeditazione in cui Otello discute con Jago se sia meglio pugnalarla o spezzarle il collo.

Desdemona del resto lo dice quasi subito:

“il mio cuore è sottomesso alla piena felicità del mio signore”.

Non è insieme, non è sullo stesso piano, la loro felicità non va di pari passo: quella di lui vale di più, e il suo cuore, si sottomette.

Così quando a lui giungono voci di una tradimento da parte di lei, gli basta vedere un fazzoletto di Desdemona in mano ad un altro uomo, per decidere di ammazzarla. 

Lei ovviamente non l’ha tradito, e ci prova a discolparsi, ma lui le risponde:

“ho visto il mio fazzoletto

in mano sua! Donna spergiura!

Tu rendi il mio cuore di pietra e mi fai

chiamare assassinio ciò che intendo fare

e che é per me un sacrificio.”

E’ un sacrificio per il povero, il valoroso Otello, ammazzare Desdemona. Però saddafà! E così, con il cadavere di Desdemona ancora in scena, ascoltiamo commossi e contriti, undici pagine del dolore di Otello, che solo dopo aver scoperto che Desdemona era innocente, si pente e, padrone del suo destino, si toglie la vita. 

Solo che questa non è giustizia divina perché questa dinamica, sottintende il fatto che se Desdemona avesse davvero tradito il marito, non ci sarebbe stata nessuna tragedia, ma solo la giustizia di un uomo disonorato. Quindi alla fine, per non saper né leggere, né scrivere, la colpa la diamo tutta a Jago, l’invidioso alfiere di Otello, che senza alzare un dito, mette pulci nelle orecchie sbagliate, che poi è lo stesso che facciamo quando diamo la colpa alla gonna corta o all’alcol.

Io porto il nome di una di loro, forse la più famosa e la più amata delle donne di Shakespeare. Giulietta. I miei genitori hanno avuto quest’ironia, e pensate che l’alternativa era Zelda, come Zelda Fitzgerald, scrittrice ma ahimè anche moglie dello scrittore Frencis Scott, morta pazza nell’incendio del manicomio in cui l’avevano fatta ricoverare…incendio o cripta? devono essersi chiesti i miei. E davvero, quante di noi si potrebbero dilettare a scoprire come sono morte le eroine di cui portano il nome? Se avete voglia, fatelo, e poi scrivetecelo, così facciamo un censimento di quante di loro sono morte per, o per mano di, un uomo. 

Ad ogni modo, con Gloria, che sia chiama così per rendere grazie a nostro signore Gesu’, ci siamo divertite a raccogliere tutti gli aggettivi contenuti in Romeo & Giulietta che vengono usati per descriverla prima e dopo che Giulietta si rifiuti di sposare il gigione che il padre sceglie per lei, e che naturalmente non è Romeo. Si chiama Paride, come l’eroe mitologico incaricato di scegliere quale fosse la donna più bella dell’antica Grecia, praticamente il mio compagno di scuola F.A…vedi i nomi dei maschi, eh…Insomma, leggeteli tutti d’un fiato: partiamo dagli aggettivi riferiti a Giulietta prima che rifiuti il matrimonio che il padre le ha combinato:

SANTA

VERGINE

SINCERA

PURA

BAMBINA

DOLCE

BELLEZZA

LUCE

Ora leggiamo quelli che le vengono attribuiti dopo:

PUTTANELLA

COCCIUTA

PRESUNTUOSA

RAGAZZETTA

STUPIDA

IGNORANTE

BAMBOLA LAMENTOSA

BAGASCIA

DISOBBEDIENTE

SGUALDRINA

FRAGILE

CANAGLIA

INDEGNA.

Gli epiteti possono variare a seconda delle traduzioni. Ma al di là del fatto che stiamo 8 a 13, quello che ci è saltato all’occhio è che per Giulietta, ciò che viene usato come positivo riguarda sempre e solo il suo aspetto, la sua sottomissione, oppure ciò che è relativo al suo compito di preservare il suo corpo per un marito. Invece nel momento in cui diventa non compiacente, oltre a diventare puttana, che è una cosa a cui siamo tutte abituate, finalmente entra in gioco anche l’intelletto, ma solo per essere denigrato e annullato. L’intelletto di Giulietta, per il padre, è quello di una stupida perché pretende di sceglie. 

Quella che ci racconta Shakespeare è una realtà paterna tutt’altro che desueta, e Giulietta, che ci ostiniamo a declamare come l’Eroina romantica per eccellenza, è solo una bambina, curiosa e coraggiosa, che non conosce niente del mondo. Che a differenza di Romeo, che passa le giornate con gli amici, a far rissa per le strade della bella Verona, e a rincorrer gonnelle, Giulietta di amiche non ne ha, altri amori non ne ha. Non ha ambizioni, o sogni. Giulietta, come tutte le donne shakespeariane, non è. Se non per il padre o per il marito. E Giulietta è soprattutto una di quelle risorse perdute di cui parla Virginia Woolf in Una Stanza Tutta per Sé, perché Giulietta è una persona capace di dire parole come queste: 

“Chiedimi, piuttosto che sposare Paride, 

di saltare dai merli di qualsiasi torre, 

o di camminare per strade battute dai ladri, 

o di nascondermi dove si annidano i serpenti, 

Incatenami con gli orsi ruggenti, o nascondimi

di notte in un ossario, ricoperta 

dalle ossa scricchiolanti di uomini morti,

da tibie ammuffite e gialli teschi svuotati.

O chiedimi di andare in una fossa scavata

di fresco e nascondermi con un uomo morto nella sua tomba,

cose che al sentirle, mi hanno fatto tremare, 

E io lo farò senza paura o dubbio per vivere

come moglie immacolata del mio dolce sposo.” 

Moglie, e immacolata.

È l’unica cosa che è stato concesso concepire ad una persona che forse, con istruzione e libertà, avrebbe superato Indiana Jones in coraggio. Ma questo bisognerà aspettare tre secoli e una donna, appunto, per poterlo immaginare: Louisa May Alcott che ci racconta Jo.

Ma perché, allora ci insegnano a chiamarli “eroi”, tutti questi personaggi shakespeariani?

Definizione di eroe: Persona che per eccezionali virtù di coraggio o abnegazione s’impone all’ammirazione di tutti.

L’universo Shakespieriano, il Classico per eccellenza, è anche IL luogo della donna santa o puttana. Un universo vastissimo per il maschio: Re, conquistatore, mercante, sognatore, umorale e infedele. E disarmantemente monotematico per la donna.

Un universo in cui è normale che l’uomo reagisca con violenza, e la donna si trovi costretta ad obbedire. Un universo che noi continuiamo a chiamare attuale, tramandando e insegnando, inconsapevoli e felici, che la violenza del maschio o la sua minaccia, sono parte sana di un amore completo, e che per questo, in fondo, la violenza sia dolce e poetica per una donna. Una donna che al massimo, nella relazione, ci metterà un poco di brio con la sua linguetta, ma che alla fine godrà della doma riscoprendosi, naturalmente e felicemente, assertiva e docile.

Abbiamo trasformato la fissazione per il potere, il desiderio di prevaricazione, la vendetta, il possesso, la maleducazione e la violenza, che Shakespeare sembrerebbe esortarci a tenere a mente come moniti di sventura, in normalità universali solo perché le ha scritte belle. Le abbiamo fatte diventare poesia e avventura. Stabilendo così, in epoche parecchio indulgenti verso gli uomini, che tutto il mascolino è plausibile, anche se tragico. É da esempio, anche se immondo. Così, i meschini protagonisti shakespeariani sono diventati Eroi, e i loro errori sono dovuti al peso di responsabilità e credibilità, un peso che facilmente induce all’errore, e che è perciò giustificabile, comprensibile, e concesso. La vita umana, una specie di grande Risiko con pedine di carne in cui tutto esiste in base all’onore del maschio, alla dimostrazione della sua prestanza, e al mantenimento della sua soddisfazione. 

Insomma, quello che pensiamo noi due oggi, dopo una full-immersion durata quasi due mesi di studio e letture, e questo articolo (che se te lo sei sciroppat* fino a qui hai vinto la batteria di pentole) è che non sapremo mai con esattezza cosa William Shakespeare volesse dirci, però sappiamo che le parole sono importanti, la rappresentazione è importante, come lo è l’esempio che diamo ai bambini di ciò che è eroico e giusto.

E quindi pensiamo che inizieremo a sapere le opere shakespeariane come il frutto dolcissimo di un’epoca tossica, che per grazia di tutti ha smesso di essere.

E inizieremo anche a smettere di vergognarci di dirlo.

Grazie di aver letto. Se vuoi suggerirci un testo di cui parlare, se ci vuoi seguire, o metterti in contatto con noi, ci trovi su Intagram oppure nella sezione Contatti di questo blog.

A presto.

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