Percezione di Minoranza, ovvero, In Questo Mondo di Donne

Scrivo questo articolo da giorni, come ogni volta.

L’ho iniziato, nel senso che ho cambiato il suo incipit, almeno tre volte, in almeno tre case diverse.

Alla fine oggi è il 25 novembre.

Questa data, questa ricorrenza, è il motivo per cui è nato il nostro spettacolo Signorina Lei è un Maschio o Una Femmina? ormai tre anni fa.

Avevano chiesto a Gloria di scrivere un pezzo per la Giornata Mondiale Contro la Violenza sulle Donne, che ci è spesso capitato di trovare poi riportata su flayers, locandine o eventi Facebook come Giornata Mondiale della Violenza Delle Donne, o Giornata Contro la Violenza delle Donne.

Insomma, Gloria mi ha chiesto se mi interessasse ragionarci insieme, su tutta questa violenza. Cercare insieme delle parole non scontate, delle radici.

Ci è venuto, per cercare le radici, di tornare all’infanzia. Di pensare a noi: la piccola Gloria, la piccola Giulietta. Ci è venuto di pensare ai bambini.

La parola che usiamo è un plurale universale declinato al maschile, come è proprio della nostra lingua, ma ci rappresenta tuttə: I Bambini.

I bambini sono sacri, vanno protetti, vanno tutelati, vanno amati, curati, coccolati, perché no? Anche viziati, i bambini vanno lasciati liberi, vanno ascoltati, vanno aiutati sempre, i bambini sono bellissimi, sono il futuro del mondo, la speranza, la gioia.

Quando sei un bambino tutti ti sorridono: il dottore ti da una caramella dopo la punturina, il salumiere una fettina di prosciutto bella sottile, la panettiera mi regalava una pagnottina al latte ogni mattina quando andavo da lei con mio nonno a prendere il pane.

Poi cresci. Così, di punto in bianco. Quel mondo sorridente svanisce, e se ti è andata bene sei bianco, sei etero, e sei maschio.

E qui, proprio a questa riga, è dove so di perdere i lettori. Spesso, dal vivo, le argomentazioni, le parole. Dove comincio a rimanere in silenzio.

Perché è difficile davvero spiegare cosa significa.

Non è solo una questione di macro-temi. Macro violenze, per quanto anche questi, stando ad una grande fetta dei commenti che sui social accompagnano le notizie dei femminicidi, non sembrino essere argomenti sufficienti: la volete ancora la parità? un ragazzo commentava tempo fa sotto la notizia di una donna ammazzata dalle botte del suo compagno.

“la volete ancora la parità?”. Ma in che senso? Di cosa parli ragazzo? Che pensiero è?

E’ difficile davvero spiegare cosa significa. Come ci si sente ad essere una donna.

E’ difficile spiegare con quale insistenza un certo senso di inferiorità senza apparenti ragioni, ci si porti addosso davanti all’indraulico, al caldaista, al proprio datore di lavoro, al medico, al padre, al professore, all’operatore del centro assistenza, al regista, al produttore, all’editore, allo scrittore, al meccanico, all’intellettuale, al politico, all’orefice, al controllore sul bus, all’agente immobiliare che cerca con sguardo preoccupato un padre o un marito a cui affidare i complessi ragionamenti necessari all’acquisto di un bene.

E’ difficile raccontare le espressioni di accondiscendenza che accompagnano i volti di tutti questi uomini mentre si rivolgono a te, che sei una signorina, una piccola donna, una donna con le palle se hanno stima di te, una ragazza, una ragazzina, la fidanzata del maschio con cui chiedono di parlare, a cui ti dicono di chiedere, che ti intimano di far scendere in strada mentre ti chiamano “puttana!” ubriachi all’una di notte, la donna danno, la donna pericolo costante, la donna un capriccio ogni riccio…

E’ difficile spiegare la sensazione di essere meno che ci si radica addosso come edera durante la crescita. Meno esperta. Meno adatta. Meno…di numero: valgo meno perché siamo meno. Anche unite…bé…non ce la faremmo.

E’ difficile spiegare la percezione di minoranza che accompagna una persona femmina nell’arco della sua giornata a partire da quel momento là, quello in cui il mondo smette di vederti come un Bambino, smette di sorriderti, e si impegna a decidere se sei UN MASCHIO oppure UNA FEMMINA.

E’ un bel trauma quel momento là, nella vita di una donna: ieri ero un bellissimo e prezioso Bambino venerato come un gatto nell’antico Egitto.

Oggi sono qualcosa che non si capisce bene dove mettere o come trattare, se neanche con un fiore, oppure una troia.

Questo articolo con questo titolo così serio, avevo iniziato a scriverlo il giorno dopo che quel tizio di Mediaset aveva detto cose sull’aborto durante una puntata de Il Grande Fratello.

Perché è difficile davvero anche spiegare come ci si sente ad essere sempre argomento di dibattito.

Ce li avete presente i dibattiti? Quelle arene televisive dove la gente si fa gonfiare le vene del collo accumulando grumi di saliva bianca ai lati della bocca, e poi paonazzi gridano, e nessuno capisce…

Brutto eh, essere il soggetto dietro a queste scene ributtanti?

Essere il pensiero nella testa di questi torelli gonfi di testosterone convinti di sapere cose su un corpo che non hanno.

Ce ne sono un paio, di questi torelli che, negli anni mi sono rimasti impressi: uno è quello che aveva detto che le donne non avevano che da mettersi la coppetta mestruale per risparmiare i soldi degli assorbenti annoverati come beni di lusso.

Lui non lo sa cosa significa, cosa si sente ad avere qualcosa dentro. Cosa è necessario, per potersi infilare qualcosa dentro. Lui semplicemente non lo sa.

Lui non sa che le donne non sono tutte uguali. Le nostre vagine non sono tutte uguali. Che non tutte amiamo, o abbiamo la stessa possibilità mentale o fisica di, essere penetrate.

Lui semplicemente non lo sa che per inserire una coppetta mestruale devi prenderla tra 3 dita che, a secco, in un momento qualsiasi della tua giornata, magari nel cesso di una stazione, devi infilarti dentro.

Lui che per tutta la vita ha goduto penetrando, non lo sa che fa male.

Non a tutte. Ma non tutte, possono farlo.

Il secondo che porto nel cuore, è il giovane intellettuale di sinistra baciato da uno straordinario…talento…che gli consente di spaziare dalle fiction per la tv, ai film quelli dei festival, alla pubblicazione di libri, e che ha regalato a tutte noi una bella ed importante lezione di vita: per evitare le molestie sessuali, basta levare la mano del molestatore dalla propria coscia.

Perché lui semplicemente non lo sa cosa significa trovarsi sola in una stanza con un uomo in posizione di potere, che vuole penetrarti, e al quale non interessa che lo voglia anche tu.

Uno che non porterò nel cuore come loro invece, è questo tizio di Mediaset che ha voluto, settimana scorsa, informarci che le Lor Signorie non gradiscono l’aborto. Lo ha fatto usando il plurale maiestatis, in diretta nazionale, parlando di una cagna gravida.

Non lo dico in senso dispregiativo per la cagnolina, se seguite questo blog, ormai conoscete la mia folle passione per i cani, soprattutto quelli bruttissimi. Lo dico perché lui ha espresso la sua opinione su una legge in vigore dal 1978, nel contesto di una chiacchiera durante un reality tv, su una cagnetta che stava affrontando una gravidanza difficile, e che per sopravvivere avrebbe dovuto subire un aborto.

E’ difficile davvero essere il soggetto dei pensieri di queste persone.

E’ faticoso.

E alla lunga…dopo…35 anni? Se non sei proprio super zen, ti convinci di essere…meno.

Questo è la percezione di minoranza, che non so perché non è IL soggetto al posto del mio corpo.

Che non so perché tuttə quellə che hanno visibilità e spazio, non gridano.

E’ stato infatti il giorno dopo quelle parole, che cercando conforto nelle pagine, negli articoli, nelle opinioni di chi mi promette dei contenuti puliti, fondati, pieni. Complessi ma gentili. Dei contenuti formulati studiando fonti affidabili, con un lessico vario e preciso a sostengo di idee altruiste e difendibili, è stato lì, che sono stata delusa.

Non da un tizio qualunque che ha saputo fare dello squallore la sua unica fonte di guadagno.

Ma da chi, ancora una volta, nella foga di dire, di pubblicare, di non essere assente, ha perso il fuoco sulla questione da difendere, abbandonandosi al rumore degli slogan con frasi tipo: facile sparare sulle minoranze! / non si marcia sul corpo delle minoranze! / sui diritti delle minoranze non si discute!

Minoranza

Inferiorità numerica, rilevabile in rapporto alla fisionomia o al comportamento di un insieme o di una collettività.
Es: “la proposta fu votata solo da una esigua m. dei presenti”

Sacrosanto.

Solo che le donne, o per essere precisi, le persone con un utero, nel mondo, non appartengono ad una minoranza.

Le persone con un utero rappresentano in molte regioni del pianeta, l’esatta metà della popolazione, ma se suddivise in fasce d’età, ne rappresentano a volte la maggioranza.

Grafici e statistiche a riguardo si sprecano, e potete informarvi con pochi click.

Qui vi metto un grafico fornito dal Servizio di Ricerca del Parlamento Europeo relativo alle popolazioni femminili(verde) e maschili(blu)….(raga non hanno usato il rosa, ssshhh):

Le statistiche relative alla popolazione mondiale dimostrano che il diritto all’aborto, non è materia di minoranze.

Parlare di minoranza quando si parla di donne o persone con l’utero, e parlare di diritto di minoranza quando si parla di aborto, è un errore lessicale, e quindi di senso.

Solo che…siccome le parole sono importanti…va a finire che i concetti che esprimono, soprattutto se vengono da quelle persone in cui cerchi mezzi che non hai, in cui cerchi lo spazio che non hai, a cui ti affidi per avere una voce più potente, ti si radicano dentro, e ti convincono.

Ti convincono di appartenere ad una minoranza.

L’idea di donna come minoranza e la percezione di minoranza che ne deriva da parte di metà della popolazione mondiale, la nostra metà, quella di noi con un utero a carico, sono uno dei frutti più antichi ed efficaci del patriarcato.

Porre l’Altro in posizione di minoranza significa instillare il sentimento di inferiorità numerica, e perciò la convinzione di non avere, neanche unite, i numeri per risultare incisive nel dibattito sociale, o politico, o scientifico, o artistico, o sportivo, etc…

Significa avere potere di controllo sulla nostra capacità di immaginarci come forza decisionale efficace, e sulla nostra capacità di riunirci e formare massa critica.

A pensarci bene, la percezione di minoranza è Lo Strumento più riuscito del patriarcato: chiuderci nelle case, nelle cucine, isolate dalle altre donne, sole, tenerci fuori dalle università, dalle stanze della politica e del lavoro, e in questo isolamento convincerci di essere poche, inadatte, fisicamente deboli.

Eliminare le possibilità di confronto con le altre donne, ci ha rese estranee a noi stesse.

Eliminare le possibilità gestionali e politiche, ci ha rese infinitamente bambine, infinitamente figlie, infinitamente bisognose, infinitamente pavide.

Ci ha spinte ad agire, come una minoranza.

Però non lo siamo.

Oggi è il 25 novembre. E’ una giornata dedicata a livello mondiale, a sensibilizzare sul tema della violenza maschile contro le donne.

Oggi io vorrei che chi si fa carico della rappresentanza, chi si fa volto e voce delle donne e di chi possiede un utero, fosse in grado di escludere il concetto di minoranza dalla propria dialettica, perché farne sfoggio, oltre ad evidenziare una scarsa capacità di analisi, significa anche continuare a convalidare un falso ma invalidante concetto di minoranza numerica.

Vorrei che invece di dire: facile marciare sul corpo delle minoranze! mi si proponesse aggregazione. Sorellanza. Sostegno da parte di tuttə.

Che mi si urlasse: HEY, MA LO SAI CHE SIAMO TAAAAAAAAAANTISSIMEEEEEEE!!!!!!

HEY, MA TE LO IMMAGINI COSA POSSIAMO FARE SE CI METTIAMO D’ACCORDO? SE TUTTə INSIEME DECIDIAMO CHE ADESSO BASTA?

Le Minoranze, quelle vere, faticano a far sentire la propria voce, a rendersi presenti nel contesto decisionale, economico, tutelativo e legislativo, in quanto minori di numero.

Le minoranze sono penalizzate dall’ignoranza delle Maggioranze, che porta diffidenza, paura, razzismo, violenza. Porta all’isolamento, e di conseguenza alla mancanza di rappresentazione nelle sedi istituzionali, e quindi alla mancanza di diritti.

Questo è successo e succede agli Afroamericani, agli omosessuali di tutto il mondo, ai migranti in terre straniere, alle persone non gender-conformi, ai portatori di disabilità, e a tutti coloro che per qualsiasi ragione, si sono ritrovati a non corrispondere alla narrazione bianca, eterosessuale e maschiocentrica su cui si basano la cultura, la legislatura e la medicina occidentali.

Ma per poter affrontare quest’aberrazione sociale, c’è bisogno di aver chiara la propria identità.

Per poter lottare, c’è bisogno di essere ben consapevoli della propria forza.

E io, donna, omosessuale, oggi 25 novembre, giornata mondiale Contro La Violenza sulle Donne, ho bisogno di ricordarmi che tuttə insieme NON siamo una minoranza.

Questo mi serve a sapere di poter gridare se ho bisogno di aiuto.

Che posso anche non farmela una risata quando sono affaticata, ferita, umiliata. Se la persona che ho davanti non mi piace, non mi fa sentire a mio agio, è mio diritto non essere simpatica. Non essere compiacente.

Mi serve a sapere che non sono sbagliata, che non sono isterica, che non sono sgradevole.

Mi serve a sapere che posso decidere per me stessa e non in base al ruolo degli uomini attorno a me.

Mi serve a sapere che non ho come unica arma, la seduzione in questo mondo di maschi.

Non è un mondo di maschi.

E’ un mondo per metà, ma a volte di più, di donne.

E mi serve poi anche a “combattere”. A sapere che tuttə insieme NON siamo una minoranza antirazzista.

Che tuttə insieme NON siamo una minoranza antiabilista.

Che tuttə insieme NON siamo una minoranza antiomotransfobica.

…daje…

Allora vi saluto raccontandovi quello che vorrei sapere, se non avessi avuto la fortuna di trovarmici dentro:

Venerdì scorso, io e Gloria avevamo una replica di Signorina Lei È Un Maschio o Una Femmina? al Teatro De André di Casalgrande.

L’associazione Quinta Parete che ci ha ospitate in stagione, ha voluto creare un cartellone di spettacoli diretti ed interpretati da donne.

Però, quello che io e Gloria abbiamo sentito davvero in questa occasione, è che non l’hanno fatto perché fa figo o perché porta pubblico, l’hanno fatto perché il contrario è normale.

Il contrario, non è un cartellone di soli spettacoli maschili, è solo un cartellone. Quindi, deve esserlo anche una stagione di soli spettacoli femminili.

Prima del nostro spettacolo che iniziava alle 21, sullo stesso palco, Quinta Parete aveva poi organizzato una talk alla quale ha partecipato un pubblico particolarmente eterogeneo per età, abilità ed identità.

Sul palco, di uomini bianchi ed etero ce n’era uno solo, e c’era con la stessa urgenza, curiosità e necessità di chi combatte razzismo, abilismo e omotransfobia, perché come non lo sono razzismo, abilismo ed omotransfobia, le disparità di genere non sono un problema solo femminile. Essendo un problema di sbilanciamento sociale, si ripercuotono su ogni individuo.

A raccontare in quali modi, in quali spazi, e come, c’erano Il Collettivo Talea nelle persone di Elisabetta Raimondi Lucchetti ed Eleonora Marchioni, l’associazione Amleta nella persona di Valeria Perdono, Marina Cuollo, e Karen Ricci autrice del podcast Cara Sei Maschilista.

La loro talk, e il nostro spettacolo hanno formato un’aggregazione numerosa, sorridente, spiccatamente eterogenea e curiosa. Il nostro, di tuttə noi, è stato un palco impegnato e partecipato, ed è stato un palco POSSIBILE.

Adesso, me lo ricordo meglio che non siamo una minoranza.

Facciamoci dei post-it.

Love.

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