Gloria

Quando ero piccola, mia madre mi addobbava la testa con le fascette e i fiocchetti rosa di mia cugina Raffaella. Nonostante questo, tutti quanti continuavano a dire che ero un bambino bellissimo.

Circa a tre anni, ho rifiutato di vestirmi da femmina. 

Ho chiesto a mia madre di non mettermi mai più le gonne. Volevo la tuta. O i jeans. Qualsiasi cosa ma non la gonna, e se possibile, niente disegni di fiorellini. 

Lei ci soffriva tanto, che un giorno mi ha implorato di indossare una gonna con tre balze, verde, rosa e gialla. Moriva dalla voglia di vedermela indossare.

In nome del senso di colpa che nasce col taglio del cordone, ho accettato. 

Quando a fine giornata è venuta a prendermi all’asilo, la suora le ha detto: “Signora, la Gloria non ha giocato per tutta la giornata. E’ da stamattina che non si stacca da quel muretto! E se le chiediamo cos’ha, lei non risponde”.

Così, quando mia madre, realizzando l’accaduto, mi ha chiesto se era a causa della gonna che non mi staccavo più da quel muretto, io ho risposto solo: “ero scomoda”.

Dopo avermi rassicurata col suo solito fare materno: “mo et caiouna!” che tradotto è “sei cogliona”, detto forse per stemperare il suo di senso di colpa, ha capito, e non mi ha mai più proposto una gonna, né simili. 

Io giocavo con le macchinine, con i robot, coi Lego, a calcio, ai videogiochi di calcio, non a quelli di lotta perché mia madre non voleva. Tutto sempre, con Richi, il mio vicino di casa. Siccome, forse, non sembrava troppo usuale, questa questione del migliore amico maschio, io e Richi abbiamo deciso di fidanzarci.

Mi sembrava che questa storia del fidanzamento rendesse il nostro legame legittimo, “normale”, come lo percepivo io.

Così, all’età di quattro anni, mi sono sposata con Richi di anni 3. Il matrimonio è stato celebrato in casa sua dalla sacerdotessa Giuly, sua sorella maggiore, di anni 9, che portava al collo la sciarpa del Milan al posto della stola del prete.

Come ho già detto, io e Richi, giocavamo con le macchinine, coi robot, coi videogiochi e a calcio, ma consapevoli di essere ormai un nucleo familiare, avevamo anche un bambolotto, nostro figlio, che ogni tanto giocavamo ad accudire nel seguente modo: Richi stava a casa con lui, e io fingevo di andare al lavoro. 

Se dovessi dire quando è stato il momento in cui ho realizzato di sentirmi stretta nel mio ruolo di femmina, è stato dopo, in occasione della mia prima importante audizione teatrale. Si trattava di un master per attori professionisti con Rossella Falk. Io non ero ancora una professionista, ma ho insistito tanto, che alla fine l’audizione mi è stata concessa.

Il giorno prima, mentre ero immersa nella preparazione del mio monologo, mi chiama la segretaria della signora Falk e mi dice: “Rossella gradirebbe che tutte le donne si presentassero in gonna”.

L’unico problema è che io l’ultima gonna che avevo indossato era quella a balze colorate, verde, rosa e gialla:  

non sapevo indossare una gonna,

io non la possedevo una gonna, 

io non sapevo dove procurarmela una gonna. 

Sono andata dalla mia amica Laura, e mi sono letteralmente fatta vestire.

Ho fatto il provino in gonna e tacchi.

Quando sono entrata, il collaboratore della Falk, mi ha chiesto se avessi dimenticato di togliere la gruccia dal mio vestito.

Ero ridicola, ma avevo una bella voce, perciò sono stata graziata.

Quel provino io, l’ho superato, ma ci ho messo poco a capire che se volevo fare l’attrice, dovevo essere più femminile, più piacente, più indifesa, più dolce, coi capelli più lunghi, più magra, più seducente, oppure sia chiaro: Giulietta, Ofelia, Desdemona, non le farai mai. 

Non potevo essere me, o almeno così dicevano.

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