Giulietta

Quando ero piccola, a casa mia, i Bambini usavano i vestiti smessi da i Bambini precedenti, e i Bambini portavano i capelli corti perché…“è comodo!”.

A me piaceva giocare con le Barbie, con i Lego, con le macchinine, a Sailor Moon e ad Holly e Benji, non mi piaceva giocare con i bambolotti, tutto e sempre insieme a mio cugino Andrea.

Passavo anche tantissimo tempo a guardare i film in televisione, e il mio primo eroe è stato Elliot: sognavo di essere lui e conoscere E.T.

Poi ho cominciato a sognare di mangiare cervello di scimmia alla tavola di uno sceicco come Indiana Jones, naturalmente di cavalcare Falkor come Bastian della Storia Infinita, e lo ammetto, forse più di tutto, sognavo di partire alla ricerca di un cadavere con i miei amici, come in Stand By Me. 

Questi personaggi mi rassicuravano del fatto che, proprio com’ero, avrei potuto trovare degli amici ed essere felice, facendo quello che mi piace. Mi facevano avere meno paura. 

Come quella volta in terza elementare in cui Seba, il mio migliore amico, è stato morso da una forbice, quegli insetti rossi e neri. Piangeva dentro le fronde di un piccolo salice, e seduto a terra si teneva il ginocchio: non trovava il coraggio di strappare l’insetto coperto di sangue che non mollava la presa. Io non avevo mai visto così tanto sangue e mi veniva da vomitare, ma vedere il mio amico in lacrime era insopportabile, così ho preso la bestia con le dita e ho tirato, secco.

Ero libera, e mi sentivo in tutto e per tutto, uguale a tutti gli altri Bambini.

Fino al giorno in cui, verso i sette/otto anni direi, sono stata dichiarata “abile allo sparecchiamento” e mia nonna mi ha chiamata a sé: Io e mio cugino Andrea come sempre, stavamo sgattaiolando fuori per giocare dopo aver mangiato, ma quel giorno…vallo a capire perché, forse era solo stanca…mia nonna mi ha bloccata, e ha cambiato tutto, per sempre. 

“Perché Andrea no?” Le chiesi, “Bè, ma lascialo stare, lui è un maschio.”

Mi rispose così e non ritenne ci fosse altro da aggiungere. 

E così, io cominciai a notare di non esserlo, un maschio.

Cominciai a notare che per gli adulti, sembrava essere necessario aggiungere al mio nome sempre qualche piccolo “aggiustamento”, e rivolgersi a me come se si rivolgessero a tutto il genere femminile: ma come siamo graziose oggi, dove andiamo tutte carine, ma come siamo bellineeeee! 

Ma chi? Siamo, chi? Io sono! Non noi. Io…sono? Tutti questi nomi e questi modi, mi facevano sentire in imbarazzo, presa in giro. Non presa sul serio. 

Mio cugino era: FORTE, GRANDE, CORAGGIOSO. 

Io, indipendentemente da qualunque cosa fossi o cercassi di diventare, ero già…diventata una femmina.

Con la prima media poi, è cominciato l’inferno delle classifiche delle più carine della classe. Il mio compagno che chiamerò solo F.A. strappava un foglio dal quaderno, stappava la penna, e scriveva, partendo dall’uno, una colonna di numeri, uno per ciascuna ragazza della classe. Arrivato all’ultimo numero, prima di iniziare la discussione con gli altri compagni, ci scriveva accanto il mio nome: ero ufficialmente la brutta della classe. Durante le lezioni, di tanto in tanto, gli piaceva anche farmi un cenno dal suo posto, e muovendo bene le labbra, silenziosamente ricordarmelo: “sei brutta”

E forse non aveva tutti i torti: io non curavo i capelli, mi vergognavo a truccarmi, e mia madre ancora mi vestiva con le sottomarche del mercato. 

Il destino mi venne in soccorso portandomi Kurt Cobain. Iniziai a vestirmi come lui rubando i maglioni di mio padre, a spettinarmi come lui, a portare gli occhiali da sole come lui, a mettere lo smalto come lui. Qualche gonna, come lui. 

E finalmente F.A. si dimenticò di me.

Intanto a scuola ci insegnavano la Storia, la scienza, la letteratura. Dai nostri libri uscivano solo nomi maschili, e nei classici, le mie coetanee, quelle che mi insegnavano a chiamare eroine, erano sempre: compagne, figlie, mogli, innamorate.

Insomma, l’immagine di chi doveva somigliarmi, era sempre il qualcosa di qualcun altro. Di un uomo.

Quello era il noi. Io, dov’ero? Nessuno ne parlava mai, a scuola. Così mi sono convinta fosse “normale”. Che ci mancasse qualcosa. Che mi mancasse qualcosa.

Poi, è scattata la tragedia definitiva ed irreversibile.

Una sera sono andata a dormire, e la mattina dopo avevo le tette.

Nella mia testa è successo così, dalla sera alla mattina. E le ho odiate da subito, uno perché il mio corpo era rimasto uguale a quello del giorno prima, troppo piccolo per quei due arroganti gavettoni. E due perché da quel momento, il mio corpo è diventato di interesse pubblico: non riuscivo più a parlare con l’autista del pullman, col bidello, con un compagno di scuola, o un professore, senza che le mie parole venissero cancellate da quelle assurde gobbe sotto la maglietta.

Ero anche stata reinserita nella classifica delle ragazze della classe scalando qualche posizione, ma non mi faceva sentire a mio agio che F.A. discutesse con gli altri delle mie tette, guardandole, soppesandole con gli occhi, o palpandole di tanto in tanto, col sorriso in faccia: una mano sul mio seno, e l’altra sul seno di un’altra. 

Allora ho iniziato a soffrire di essere una femmina.

Le mie magliette a righe ormai erano corte e attillate a causa di quei due gavettoni, e assecondare quello che ero, mi rendeva solo più visibile: le strade si riempivano di commenti, gli autobus di appoggini (per chi non fosse avvezz* alla pratica: dicasi appoggini il contatto non consensuale tra te seduta sul bus, ma pure in piedi per i più abili, ed il pacco di un individuo maschile che non si formalizza di fronte alla presenza di estranei durante le sue “pratiche sessuali”).

Eppure tutto, ogni libro, ogni film, tutto ciò che è considerato autorevole, i grandi Classici, insegnano alle bambine ad essere lusingate delle attenzioni dei maschi. A cercarle, e a soffrire della loro assenza. A concentrare su quell’obiettivo finale, tutte le sue capacità e speranze di felicità.

Mi sentivo soggetto di un grande equivoco: a me andava bene quello che ero, però non mi piaceva lo sguardo degli altri.

Così, ho finito per vergognarmi di essere quello che ero.

Volevo sparire, essere invisibile. Non  capivo perché da me ci si aspettasse che fossi, mi comportassi, e desiderassi, qualcosa di diverso da mio cugino Andrea, o Seba. Mi sentivo sbagliata. 

Così, un giorno sono andata, da sola, a cercare la definizione di Classico sul dizionario e ho scoperto che chiamiamo così ciò che è:

perfetto, tale da poter servire come modello di un genere, e che forma quindi una tradizione, con riferimento ai più importanti autori delle letterature e alle loro opere.”

Autori che sono. Tutti. Maschi.

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