TRIGGER WARNING: questo articolo parla di temi sensibili in maniera esplicita. E’ anche scritto con rabbia.
Mattina del 22 agosto. Mi colpisce l’orecchio la conversazione tra un vicino di casa uomo, non eteronormativo, e una donna, anche lei abitante della minuscola vietta, del minuscolo paesino dove mi trovo in vacanza. Entrambi di un’età compresa tra i 45 e i 55 anni.
La conversazione inizia con l’uomo non eteronormativo che si lamenta di un gruppo di adolescentə che verso le 2.30 di notte si sono messi a far casino davanti alle nostre porte. Il gruppo era misto, l’ho intuito io stessa dalle voci. Azzarderei, pur non essendomi affacciata, composto da almeno due maschi, ma forse tre, e una femmina.
L’uomo non eteronormativo dice alla signora: doveva vedere come faceva la tr*iett*! Ma si può alle due e mezza di notte?
La donna dice: ma io penso alla nostra adolescenza, ma è stata così? Ho sentito al telegiornale di quella ragazza a Palermo. MA COSA VAI IN GIRO AD UBRIACARTI COSì A QUELL’ORA DI NOTTE. Ai miei tempi non si usciva di casa.
L’uomo non eteronormativo allora dice: quelle erano ragazze, non queste p*tt*n*lle.
Nel momento in cui scrivo non è passato ancora un mese da quando Michela Murgia è diventata altro dal corpo. Da quel giorno è successo anche che:
- Gianni Infantino, presidente della federazione FIFA, durante la conferenza stampa sulla finale di coppa mondiale di calcio femminile, ha rimarcato come i media internazionali non abbiano prestato a questo evento, la stessa attenzione di quello maschile. Ha quindi suggerito che le donne scelgano le giuste battaglie da combattere per convincere gli uomini a fare la cosa giusta.
- il militare Roberto Vannacci ha autopubblicato un libro in cui ha espresso la sua tesi in merito al diritto all’odio: alcuni tra gli argomenti a sostegno di tale tesi sono razzismo e omofobia. Il libro avrebbe potuto intitolarlo PROPIO, invece l’ha intitolato IL MONDO AL CONTRARIO. Al contrario di quasi tutte le persone talentuose che conosco, che hanno scelto di dedicare la loro vita alla scrittura, lui dalla vendita di questo libro ha guadagnato, fino ad ora, 500mila euro. (800mila nel momento in cui pubblico)
- sono state pubblicate le motivazioni del tribunale di Firenze rispetto all’assoluzione di due maschi diciannovenni che hanno stuprato una ragazza diciottenne. L’assoluzione spiega che i due HANNO INTERPRETATO MALE IL CONSENSO.
- la RAI ha bippato, censurandole, le parole COSA / PICCOLETTA / PRENDI / VECCHIETTA durante un gioco in cui due concorrenti di una squadra composta da tre, devono far indovinare al terzo una parola, usando un numero limitato di altre.
- l’Italia ha raggiunto i 71 femminicidi dall’inizio del 2023 (79 nel momento in cui pubblico). Una delle ultime vittime si chiamava Anna Scala , è stata accoltellata in pieno giorno in una zona abitata. In moltə l’hanno sentita urlare, qualcuno ha chiamato le forze dell’ordine. Qualcuno ha fatto finta di niente usando i propri figli come scusa e poi l’ha raccontato in camera ad una testata nazionale.
- ho iniziato a notare sul mio feed Instagram un numero sempre crescente di notizie relative a gruppi di giovanissimi maschi che uccidono, ma solo dopo averli torturati, accoltellati, o usati come palle da calcio, dei piccoli animali. Ho pensato che debba essere significativo quanto spesso viene ultimamente citato il comportamento di gruppo…di branco, nei fatti scabrosi del nostro paese.
- Lo stupro, a Palermo, di una ragazza di diciannove anni, da parte di SETTE coetanei.
Quindi?
Posso mettermi qui e scrivere che:
- Gianni Infantino mi fa arrabbiare perché è l’espressione più spensierata del privilegio. Lui ha dedicato la vita al gioco della palla e il mondo l’ha premiato raccontandogli che il gioco della palla è importante. Così un giorno lui sale su un palco, prende un microfono e la sua mente priva di esperienza di discriminazione gli fa credere che sia bello, e sia progressista “insegnare” a chi le discriminazioni le vive su di sé ogni giorno. Poi posso scrivere che mi fa arrabbiare che le donne del pubblico, almeno molte di loro, abbiano applaudito senza alcuna fiducia di avere il diritto di ragionare sui numeri, e sui rapporti di potere che compongono il mondo dei media, e dello sport. Sulle proporzioni tra giornalistə uomini e donne, redattorə uomini e donne, editorə uomini e donne, fruitorə uomini e donne di tale sport e tali notizie. E poi della libera possibilità, concreta e quotidiana, di ogni uomo di scegliere le giuste battaglie. E più di ogni cosa, che mi fa arrabbiare l’assenza totale di capacità di analisi, quella che ci basterebbe per capire che il concetto per cui le donne dovrebbero essere capaci (sottinteso: cosa che non sono per cui necessitano di un uomo che dia una bella sveglia) di scegliere le giuste battaglie (quindi non quelle per cui hanno combattuto negli ultimi millenni) così da diventare finalmente in grado di CONVINCERE gli uomini…davvero? Scaltre serve, scaltre mogli, scaltre amanti, scaltre cortigiane, erotiche Mata Hari del perpetuo immaginario maschile in cui gli uomini restano al potere e le donne possono, se astute, convincerli a dei contentini. Esempio forense del concetto boomer di parità: quello in cui gli uomini sono al potere e ci restano, e le donne ottengono croccantini se si comportano bene. E’ che servono più giornaliste, più editrici, più atlete, ok? Finché il rapporto è incomparabile, il divario resta incolmabile. Serve più spazio, serve più tempo. Serve smettere di applaudire e smettere di fare finta che queste non siano notizie. Smettere di lasciarle senza analisi, perché senza analisi significa senza consapevolezza, e quindi senza potere.
- poi posso andare avanti a scrivere che sono ormai settimane che cerco un’argomentazione capace di sostenere in maniera valida il fatto che l’odio non possa essere un diritto. Invece è la definizione stessa di Diritto a dar ragione al soldato in senso terreno, materiale e pratico, pur obbligando ad addentrarsi nel non-finibile mondo dell’etica. Mondo però totalmente privo di attrazioni per le destre a matrice fascista, e dunque viaggio inefficace in questo momento di velocissima necessità nella costruzione di una dialettica. Posso non contenermi, e allora scrivere che sono convinta che esista una matrice patologica nei fascismi come in tutti gli estremismi. Che non può che essere patologica una volontà così ottusa di non vedere, sapere, conoscere, imparare, mutare. Una volontà così ottusa nel rifiutare l’evidenza storica, economica e fattuale dei danni degli estremismi. Che un rifiuto così sordo e così cieco, non può che essere manifestazione patologica di una radicatissima paura dell’Altro, di uno sviluppo approssimativo e parziale degli strumenti di interazione sociale, e di un blocco significativo nell’empatia di un individuo incapace di considerare, comprendere ed elaborare le forme complesse, le stratificazioni sociali, le dinamiche interpersonali, il concetto di condizionamento, e che per questo necessita, appunto in maniera patologica, di rigidissime forme di definizione e controllo in grado di semplificargli la comprensione di sé e degli altri, portando, in loro assenza, alla ricerca di modalità privatorie e sistemiche della libertà e del benessere altrui.
- poi posso scrivere che mi ha fatta arrabbiare la fiera del nonsipuòpiùbanane commento unico sotto la notizia della censura RAI. Commento rivelatorio della gravissima incapacità di distinguere il tentativo di costruzione di un lessico non escludente e più efficace di quello attuale, e l’inquietante dinamica di un regime che inizia a creare l’immagine di un paese senza crimine adesso che ci sono loro, pilastro della retorica fascista. L’abbiamo già visto. E’ già accaduto. Può succedere ancora. Sta accadendo ancora. Quindi?
- Poi posso riscrivere che con Femminicidio si intende il crimine d’odio di un uomo nei confronti di una donna, per il fatto stesso che lei sia una donna. Ciò significa: non per incidente, rapina finita male, sparatoria, attentato, omicidio di mafia, omicidio con fini rivolti a terzi, rissa fuori da un locale, lite per un parcheggio, terrorismo, mattə casuale che gira per strada con una mannaia o una mazza da baseball. E che dunque, per comprendere perché si parli di femminicidio nel nostro paese in maniera così “concitata” bisogna accettare l’esistenza delle cose complesse, bisogna accettare di cercare di capire, e poi usare del tempo per pensare: si parla di femminicidio nell’accezione di cui sopra, perché questo tipo di crimine da solo, nel nostro paese rappresenta, nel momento in cui scrivo, il 36,4% del totale degli omicidi. Questo significa che il restante 63,6% degli omicidi nel nostro paese è da distribuirsi su un’infinita gamma di fantasie omicide. Posso aprire un’app online gratuita e creare un grafico a torta, così che l’immagine a colori della proporzione tra femminicidi e omicidi generici possa sorprendere chiunque sia già dispostə a comprendere, a usare del tempo per pensare. Eccolo qui, il grafico molto impressionante:

- poi posso raccontarvi che notare l’incremento di notizie relative a torture di gruppo da parte di adolescenti sugli animali, mi ha fatto pensare che non possa non esserci una correlazione con le modalità di stupro più in voga al momento. Con questo piacere di condivisione, e necessità di sfogo violento. Poi che ho pensato che la violenza sugli animali rientra nella sintomatologia per la diagnosi della psicopatologia infantile e adolescenziale insieme ad enuresi e piromania. Questo sistema diagnostico si chiama Triade di MacDonald e si applica nella speranza di contenere comportamenti nocivi che potrebbero portare all’omicidio, alla tortura, o allo stupro.
- sullo stupro di Palermo…
Poi, potrei pretendere da me stessa di pensare a queste cose in maniera razionale. Efficace. Produttiva. Proattiva si dice, no?
Potrei fingere di non odiare.
Invece odio.
Tutti. Li odio tutti. Li schifo tutti. Li guardo come Vannacci guarda me, una lesbica che pensa che i maschi possano essere erotici solo vestiti “da donna”.
Non riesco più a posare gli occhi su un adolescente maschio. Mi fanno ribrezzo.
Non riesco a sorridere ad un bambino. Lo guardo e vedo solo un uomo violento in potenza.
Sono stata al mare, lo stomaco si bloccava osservando gli adolescenti maschi in stato di perenne sovreccitazione, costantemente incitati dal gruppo, fare a turno con le mani come sacchi di cemento sulle spalle delle coetanee per spingerle sotto l’acqua una volta, due volte, tre volte, cinque volte, dieci volte, quindici volte consecutive con un secondo ogni quanto cazzo gli pare per respirare, mentre lui ride senza preoccuparsi di sapere quando basta, che uno scherzo è bello quando dura poco, che gioco di mano gioco da villano, esagerando, gridando, ridendo troppo forte.
Ne ho visto uno comporre le dita a pistola nel momento in cui la ragazzina che stava scherzosamente denigrando gli ha voltato le spalle. Le ha appoggiato “la canna della pistola” alla nuca e gliel’ha picchiettata tre volte contro digrignando i denti, senza ridere.
Ho visto un padre di famiglia a forma di Duce come va di moda adesso, gridare in maniera da allarmare, per umiliare il figlio di non più di sei anni con il corpo ancora androgino, esile, che aveva giocato troppo in acqua. L’ho visto portarlo alle lacrime senza preoccuparsi di sapere quando basta, quando è troppo, quando è sbagliato, quando è violento, quando è diseducativo, quando è umiliazione, quando è trauma. L’ho visto, anche questo, voltare le spalle al bambino per digrignare i denti come un demone, senza vergogna davanti ad una spiaggia di ferragosto. L’ho visto sollevare il braccio con la mano in cui stringeva le ciabattine di gomma del figlio con le nocche ormai viola per tutta quella rabbia. Tutta quella rabbia verso quel bambino così piccolo…e rigirarsi per lanciarle dall’alto dentro l’acqua davanti al bambino come uno schiaffo: il rumore della plastica sull’acqua è stato lo stesso. L’ho visto poi camminare in circolo, avanti e indietro sulla battigia come un cane selvatico a cui la rabbia non concede sosta, senza riuscire a calmarsi per tutta quella rabbia.
E poi ho visto, immobile, tutto il resto. Tutto il solito: avete rotto il cazzo, i lupi, i se non fate questo se non fate quello, le castrazioni chimiche, i non tutti gli uomini, tutti i paraculo dalla faccia contrita che pensano di sfangarla con il fallimento di tutti gli uomini, tutti i bugiardi, tutti i pigri, tutti gli ottusi, tutti i superbi. Tutte le indifferenti.
Non tutti gli uomini, ma abbastanza perché tutte le donne siano in pericolo in qualunque momento.
Ho letto. Tutto. Ho condiviso. Per dare l’impressione di una che ce la sta facendo.
Solo che non è vero.
Quella notte dei ragazzinə sotto la finestra non sono riuscita a dormire perché avevo paura di loro. Che con leggerezza sfondassero la porta non blindata del b&b, o che con leggerezza mi facessero ascoltare le urla di dolore di un gatto senza difese contro un branco di giovani umani. O che con leggerezza mi facessero ascoltare la merda con cui trattano le femmine.
Ho rifiutato per 37 anni di dire a voce alta che ho paura dei maschi. Di tutti i maschi. Che il pensiero c’è sempre.
Perché è una cosa per cui si viene giudicatə. Perché è una cosa su cui altrə hanno cose da dire. Per cui altrə si offendono.
Ho paura dei maschi.
Ho paura dei maschi SEMPRE. In ogni momento, in ogni luogo, a tutte le ore mi richiedono di stare allerta. A come mi vesto, perché alla meglio si sentiranno liberi di farmi sapere cosa ne pensano. Ma anche allerta a non generalizzare perché “loro non lo fanno con me” e me lo insegnano con il ditino.
Ho paura dei maschi: della leggerezza con cui si concedono ciò che credono di volere, e del tempo che mi rubano con le loro lezioni su qualcosa di cui non faranno esperienza mai. Per questo in questo momento, non posso non odiarli.
Li odio come odio chi a Selma non ha preso le mazze da baseball, ma neanche ha marciato insieme a chi subiva una discriminazione di cui non avrebbero fatto esperienza mai.
Ho paura, quindi odio.
Non è più agosto adesso. Oggi è l’undici settembre. 22 anni da quando è cambiato il mondo. Un mese senza Michela Murgia.
Non avevo idea veramente, non avevo capito veramente, quanto la rappresentazione sia efficace nella pratica quotidiana di un’individuo, finché non abbiamo perso la nostra Maestra.
La teoria era presente, ed era chiara. Ce l’aveva insegnata lei, insieme a tutte le altre, certo, ma era qui. A questa latitudine, in questo tempo, e l’aveva resa più comprensibile, vicina, e tangibile. Fuori dai libri. Un volto quotidiano, la presenza surreale e vicina dei social media: ora lo scrivo a Murgia. Ora taggo Murgia. Murgia deve saperlo. E lei c’era.
Quanto affidamento facevamo su di lei, e quanta robustezza ci dava, quanta materia.
E’ spiazzante la sua assenza. Improvvisamente è come se fossimo tornatə ad un tempo opaco in cui un muro spesso di nebbia ci risbatte in faccia la nostra stessa luce. La nostra stessa voce.
Almeno per me. Io, mi sento così. Mi sono sentita così ad agosto, e mi sento così oggi. In questa mattina di settembre in cui non riconosco la mia bella città dai toni freschi, accaldata, fiaccata da questi trenta gradi perpetui.
Dico sempre noi. Noi. Anche quando prendo un treno da sola, è tutta la vita che scrivo: siamo partiti. E che qualcunə mi risponde: siamo chi? Ci sto male da sempre.
Era un esplicito noi quello che ha costruito Michela Murgia, un fenomeno collettivo unico in questo paese voluto da mille e mai capito dagli altri, salvato dalla resistenza di alcunə, spaccato poi sempre.
Avrei tantissimo bisogno di quel noi. Di convincermi che non sia solo una bolla impercettibile nella collettività. Però insomma, io mi sono sentina e mi sento così. Anche oggi, lunedì 11 settembre, che mi sono forzata a scrivere, che rileggo e non sorrido, e mi forzo, controvoglia e contro gusto, a non cancellare, a non rimanere in silenzio. A non rinunciare. A questa impercettibile goccia nell’oceano.
Quindi?
Ho paura, per questo odio.
E’ l’ammissione impossibile di tutti i fascismi. L’incapacità di accettare l’esistenza delle cose complesse. L’esistenza di tutto ciò che sfugge ai più intimi desideri ossessivo compulsivi di ordine e controllo dell’umano. L’esistenza della vastità indomabile della natura.
Abbiamo creato strutture di ordine e le abbiamo chiamate società. Le abbiamo fondate su principi rigidi di gestione che abbiamo chiamato cultura e religione in epoche in cui la conoscenza medica-igienico-sanitaria e genetica necessitava di precetti rigidissimi ma al contempo semplicissimi alla comprensione di una moltitudine analfabeta. Per questo, come facciamo per i bambini, abbiamo inventato delle fiabe che rendessero semplice, cioè priva di strutture complesse, la necessità di non procreare tra consanguinei, l’urgenza igienica dell’assenza di promisquità sessuale, quella del non nutrirsi di alimenti potenzialmente pericolosi come la carne in paesi caldi come quelli che affacciano sul Mediterraneo, la culla della civiltà…e dal divario tra precettori e analfabetə, sono nate disuguaglianze che oggi i “conservatorə” di tutte le latitudini si rifiutano di accettare, di analizzare, come se la Storia fosse inquantificabile, interpretabile, intangibile. Come se oggi a Torino ci sono 27 gradi ma a settembre ha sempre fatto caldo. Come ho tanti amici gay e sono persone normali. Come non sono razzista ma. Come le donne dovrebbero.
Quindi come si fa?
Gloria mi ha raccontato che un suo amico è stato giudicato per aver chiesto su un social: come si fa? Ad essere un maschio alleato, consapevole, a guardarsi indietro, nella propria storia e nei propri comportamenti, e capire dove si è sbagliato, per non farlo più e per accorgersi degli altri.
A me “come si fa?” sembra l’unica domanda valida.
Come si fa ad essere alleati?
Come si fa a non odiare tutti i maschi?
Per la seconda intendo armarmi di memoria, attenzione, e amore. Memoria, attenzione e amore perché sono stata fortunata (è fortuna, si, scamparla) a nascere in un ambiente non privo di bias, ma perlomeno popolato da persone piuttosto anticonformiste, che significa anche di maschi anche gentili, anche meno assoggettati all’immagine divina e machista del maschio Classico. Non solo, però anche. Li ho visti. E poi li vedo oggi, nel mio lavoro con i giovanissimi. Per loro, negare l’esistenza, la capacità e la possibilità del maschio gentile, sarebbe una scelta di ortodossia. Di cecità. Di estremismo. Di violenza. Di odio. Quindi scelgo di accettare l’esistenza delle cose complesse e rimanere disposta a scoprire, sbagliare, cambiare, accettare, rispettare, aiutare.
Per la prima domanda: come si fa a diventare alleati? penso che si possa cominciare dall’accettare che non tutti gli uomini, ma abbastanza da mettere in pericolo tutte le donne. Un processo faticoso e doloroso, simile a quello per cui ognunə di noi dovrebbe essere in grado di accettare la nostra Storia colonica e razzista.
Penso vi possiate chiedere di chi avete paura quando sorridendo avete pensato che sarebbe stato, sia, sarà più difficile crescere una figlia femmina.
Perchè lei è più carina. E’ più esposta. Va protetta.
Da chi?
Di chi hai avuto paura? Chi minaccerai di botte, violenza, morte, se non la tratterà bene?
Di chi avete paura anche voi uomini?
Penso che possiate stratificare di più il pensiero. Essere meno pigri, fare un po’ più di fatica, invece di accoccolarvi dietro ad un “bisogna aspettare di sentire cosa dicono i giudici“. Che possiate chiedervi da subito cosa può esserci di non violento, degradante, umiliante, giuridicamente non perseguibile e unanimemente non deprecabile in questi video di giovani maschi che, penetrazione o no, espongono i genitali sul corpo di giovani donne immobilizzate a terra, tenute per le braccia e per le caviglie, mentre sette, o uno, o più, non cani, non lupi, ma ragazzi, figli, fratelli, amici, ridono in cerchio, gridano, e si masturbano provando piacere erotico dall’umiliazione di una persona impossibilitata a difendersi.
Che possiate fare lo sforzo di crederci. Soltanto crederci. Se vi diciamo che non solo la penetrazione è violenza.
Penso che potreste fare lo sforzo intimo e doloroso di rispondervi la verità chiedendovi cosa avreste fatto voi. Non dovete dirlo a nessuno, non dovete ammetterlo a voce alta, ma solo a voi stessi, dentro: cosa avreste fatto voi a 14, 15, 16, 17, 18, 19 anni, presi in mezzo a quella dinamica di gruppo che per fisicità e vocalità ricorda le danze ancestrali dei guerrieri e dei cacciatori, dal nord al sud del mondo. Quell’insieme di movimenti e vocalizzi che servivano a cancellare la paura della morte, del ferire e dell’essere feriti, dell’infliggere e del provare dolore, movimenti e vocalizzi che servivano a spaventare le bestie feroci. Cosa avreste fatto voi, a quell’età, presi in mezzo a quel tipo di sovreccitazione? Sareste stati in grado di sopportare la paura di essere giudicati femminucce, paurosi, sfigati, impotenti, fr***? O avreste seguito la corrente, del resto lo fanno tutti, i vostri amici perché la carne è carne e i maschi sono maschi…
Questionate la prossemica dei vostri corpi. Fate caso a quanto spazio occupate: a tavola, in treno, in macchina, nel letto con qualcuno, sul marciapiede. Fate caso al volume della vostra voce: la notte per strada, quando sbatte sui vetri delle finestre di chi dorme, ad un tavolo di riunione, in spiaggia. Fate spazio. Lasciate spazio. Concedete ad altrə la stessa comodità che concedete a voi stessi. Fateci caso. Iniziate a rendervi presenti a voi stessi nel mondo: occupate spazio e non siete soli. Condividete.
Questionate i vostri corpi. O meglio, i vostri desideri.
E’ davvero una donna che desiderate amare? Con cui desiderate condividere la quotidianità? Le paure, il corpo, il cibo, il divano, i film, le vacanze, una casa, il letto, il sesso?
Rispondetevi la verità e se vi è dolorosa, cercate aiuto: esistono tanti, ma tanti sistemi di supporto. Non credete a questo governo, ai pigri, ai bigotti: NON SIETE SOLI. E NON SIETE GLI UNICI. Esistono intere comunità in grado di aiutarvi, accettarvi e amarvi se non vi sentite nella forma giusta, nella relazione giusta.
La società è più avanti di chiunque minacci di non amarvi e non accogliervi. Troverete altre persone, altre famiglie, altre case, più sicure.
Se non sapete da dove cominciare per chiedere aiuto, potete scrivermi in DM su Instagram e sarò più che felice di indirizzarvi verso un centro di ascolto, un’associazione o una realtà di inclusione e divulgazione.
Non è un obbligo per un uomo amare una donna. Ed è forse solo senza obblighi che si può non odiare.
Esistono tante realtà, tanti modi di vivere, diversi da quelli tradizionali. Il mondo è tanto più vasto di quello ascrivibile alle convenzioni. Non esiste una sola strada, e probabilmente solo quello che ci sceglie con libertà può renderci serenə.
Abbiate il coraggio, questo si eroico, di prendervi del tempo con voi stessi e di rispondervi la verità su ciò che desiderate.
Abbandonate la pigrizia e prima di girare gli occhi al cielo invocando il prossimo non tutti gli uomini, chiedetevi l’offesa qual é. Cercate di capire, prima di affrettarvi a negare. Offendetevi per le cose giuste. Indignatevi per ciò di cui siete sicuri e disposti ad immolarvi, perché potrebbe essere che il TUTTI GLI UOMINI non stia nella ricerca di linguaggi più inclusivi o nello studio delle dinamiche di potere, ma che si nasconda invece nei dove vai a quell’ora ubriaca? Nei testa sulle spalle, nell’equivalenza maschio=animale.
Gli studi di genere, il femminismo, comprendono l’inequità ed il dolore di tuttə.
I – le donne devono sapere che il lupo è dietro l’angolo – comprendono tutte le ore, tutti i giorni, tutti i luoghi, e tutti gli uomini.
E adesso, prima di sorridere saggiamente del fatto che vi stia facendo woman-splaining, datti un attimo. Datti tregua da tutta questa fretta e prova a riflettete sulla possibilità che esista una differenza tra l’esprimersi con l’intenzione di educare qualcunə su un soggetto di cui si è impossibilitati a fare esperienza, e l’accettare di considerare l’esistenza di strumenti possibili da parte di qualcunə che vive quell’esperienza quotidianamente. Certo, solo se sei disposto a chiederti come si fa.
Vorrei che diventassimo insieme capaci di accettare l’esistenza delle cose complesse.
Tuttə noi. Noi.
Che accettassimo di abbandonare la semplicità escludente degli archetipi, la dinamica epica, veloce, conveniente del fallimento di tutti gli uomini.
Questa estate dolorosa non è il fallimento di un intero genere. Però è l’evidenza di un malfunzionamento sociale che negare è controproducente. E’ il fallimento di tuttə noi ogni volta che ci fermiamo al è sempre stato così e quindi le donne devono sapere che. E’ il fallimento di una società in quanto villaggio capace di coltivare individui altruisti e complessi.
Serve uno sforzo per guardare oltre a quello che è risaputo, per scavare. Serve un po’ di pazienza. Di tempo. E serve un po’ di coraggio per ammettere che non va tutto bene. Che non è tutto semplice, solare, frizzante. Che quello che è stato fino ad ora non sta funzionando: non siamo felici, non siamo sani, non ci sentiamo liberi, non ci sentiamo al sicuro. TUTTə. Tanto varrebbe accettare anche solo di farcele le domande che Michela Murgia ha proposto, invece di continuare a scriverne articoli basati su fiabe per popoli estinti. Accettare di analizzare le strutture “obbligate” di relazione, matrimonio, possesso, il significato che diamo alla parola Amore e al sesso. Chiederci perché siamo morbosamente ossessionati dal sesso che fanno gli altri, e come siamo arrivati a consentire che questo influisca sul Diritto più efficacemente dell’evasione fiscale.
Accettare di chiederci se e come avremmo parlato e pensato i fatti di Palermo se non ci fossero stati gli smartphone: chat e video. Del figlio di Grillo, del figlio di LaRussa, se i loro volti non fossero inchiodati all’evidenza. Chiederci quanto siamo dispostə a pensare e a lottare quando non ci sono schermi, video, opinioni tra ciascunə di noi e un fatto che accade: come scegliere di gridare, sbattere pentole e coperchi per fare rumore e forse spaventare un assalitore, o chiamare la polizia mentre accoltellano una persona sotto il nostro balcone, oppure scegliere di chiudere gli scuri e non fare niente. Come scegliere di difendere due minorenni che vengono aggredite da un uomo adulto in un centro città, invece di lasciarle insultare e picchiare. Scegliere di accettare l’esistenza di sentire e vissuti altri dai nostri. Smettere di percepire la nostra come esperienza unica, e per questo unica valida.
Accettare di studiare. Usarci il tempo che avremmo potuto usare per una birra in compagnia, o una puntata. Per mettere insieme le informazioni necessarie ad accettare che rinchiudere le principesse nelle torri non è mai servito a proteggerle da stupri, matrimoni combinati, gravidanze non cercate, infelicità, dolore. E’ servito però sempre ad evitare che denunciassero. Che parlassero tra loro, che si scambiassero informazioni, che imparassero altro dal verbo del padrone. Non ha arma più potenze il patriarcato dell’isolamento femminile. Dell’ignoranza. Della solitudine. Della mancanza di alleatə.
Quando il maschio non eteronormativo e la signora dell’inizio erano adolescenti, non è vero che si stava chiusə in casa. I miei genitori sono più anziani di loro e non ci stavano. I miei nonni erano degli anni ’20 del novecento, e non ci stavano. Ma è vero che il delitto d’onore legittimava l’abuso e nobilitava l’omertà. Nonostante questo, dedicando poco tempo a studiare, si imparerebbe la storia di Franca Viola violentata da 13 maschi nel 1965 che rompendo il silenzio fece la rivoluzione.
Rinchiudere le figlie in casa è sempre servito solo ad evitare che potessero riconoscere la violenza nel momento in cui la subivano. Mai ad insegnare un basilare concetto di rispetto.
Accettare l’esistenza delle cose complesse è un peso perché richiedere sforzo. Richiede tempo. Richiede di rinunciare al rumore dello slogan, ai like facili di “è il fallimento di tutti gli uomini” della “castrazione chimica”. Richiede ragionare sull’efficacia didattica e trasmissiva di un metodo punitivo opposto a quella di un metodo educativo.
Io non voglio la velocità da fast-food della castrazione chimica. Voglio che chi violenta sia costretto a pensarci, a usare le parole, ad impararne di nuove, a guardarsi, per imparare a raccontare quello che ha fatto, e poi anche perché. E poi a sentire il desiderio doloroso di chiedere scusa.
Voglio che le femmine e i maschi possano passeggiare liberə con gli stessi vestiti, anche poco eleganti, senza che nessuno lə picchi.
Voglio che si possano leggere ed insegnare i Classici senza censurarli e senza divinizzarli, ma contestualizzandoli in un tempo che non è più.
Vorrei che acquisissimo tuttə i mezzi per capire che quando scatta una polemica pop perché una super model parla di divorzio (vai alla seconda slide, terza riga del secondo blocco) il problema non è prenderla bene o prenderla male, ma è che pensi e dica, che per una donna l’avere del denaro proprio sia un’eventualità, un di più: “e magari avere dei soldi tuoi” come se per una donna, il denaro fosse una cosa convenzionalmente legata al matrimonio con un uomo, che si da per scontato lavori anche per lei. Acquisire i mezzi per usare questo tipo di analisi, ci aiuta ad essere prontə a non applaudire quando ci dicono che il potere è degli uomini ma che se siamo scaltre, ogni tanto possiamo convincerli a fare qualcosa anche per noi. Oppure a capire che c’è differenza tra l’accettare di vivere in stato di allerta come suggeriscono la presidente del Consiglio e il suo compagno, e il saper riconoscere e per questo rifiutare la violenza nella quotidianità, nei piccoli gesti. Rifiutare la mancanza di gentilezza, di cura, di eleganza. Rifiutare i giochi villani perché sono nostri amici e sono ragazzi. Cercare per quanto possibile di allontanarle da noi cominciando dal non avere più paura di dire no: perché potrebbe farlo rimanere male anche se ci ha dato quella sensazione strana di viscidume, perché infondo non ci ha fatto niente, perché ci fa un po’ pena. Perché le ragazze sono gentili. No. Non accetto di vivere in stato di allerta, e non mi rifiuto di riconoscere un comportamento tossico per paura di dispiacere qualcunə.
Michela Murgia è altrove da un mese, ma ci ha lasciatə attrezzatə a disobbedire a chi ci insegna a pensare semplicemente.
Per questo ho scritto per disciplina, ho scritto con rabbia, accettando lo stato in cui mi trovo. Desiderando di cambiarlo. Ho scritto perché nella solitudine ho sempre trovato solo conferme alle mie paure, e nella condivisione conforto, spazio e salvezza.
Non l’ho presa bene, non la vivo bene, non sto bene. E non voglio ripensarci, calmarmi, farmici una risata. Non è ancora tempo. E’ tempo di rabbia e di sconforto, ed esiste anche questo.
Non intendo per questo usare violenza a nessuno, questo ce l’ho ben chiaro.
Se per rabbia ho scritto cose sbagliate, sono pronta a chiedere scusa.
Per il resto, abbracciamoci. Parliamoci.
Vi voglio bene.
Capisco e condivido il tuo sfogo e la tua rabbia. Aggiungo che anch’io sono veramente INCAZZATA NERA con quel giudice di Brescia che assolve il marito bengalese, che maltratta e schiavizza la moglie per anni, perchè questo fa parte della sua cultura e non ha volontà di svilire la moglie. Ma ti pare possibile !!!??? Ai miei tempi si sarebbe organizzata una protesta davanti al tribunale di Brescia o sotto la casa di questo sconsiderato essere non umano…ma la mia generazione è invecchiata…e il tuo sfogo lo conferma. .. “noi, quelle di allora, più non siamo le stesse”…triste da ammettere ma, è così !!!
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Grazie Rossella di avermi scritto. Ti prometto che si continuerà ad organizzare picchetti, a far sentire la nostra voce. Credo che questo momento sia un nuovo inizio, diverso, con diversi mezzi, ma come si diceva allora e come sentiamo ancora forte ancora, non faremo un passo indietro neanche per prendere la rincorsa. E’ un momento difficile e serve tempo per elaborare e comprendere, ma siamo attrezzate, e siamo tante. Un grande abbraccio
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