- ascesa
- potrebbe sembrare
- comandare
- donne
- meglio: l’immagine della donna.
Vi ricordate uno dei primissimi articoli, quello sulle ero-ine Shakespeariane? Parlando di Giulietta vi avevo fatto un elenco degli aggettivi usati nella narrazione per descrivere questa protagonista femminile prima, e poi dopo, aver rifiutato il volere del padre di accettare un matrimonio combinato, quello con il bel Paride. Vi avevo raccontato come mi avesse colpita, inizialmente, un certo squilibrio numerico tra gli aggettivi “positivi”, che risultano restare in leggera minoranza, e quelli negativi, che sono invece di più, quasi più articolati…fantasiosi.
E poi vi avevo raccontato come quello che salta all’occhio sia: che per Giulietta, ciò che viene usato come positivo riguarda sempre e solo il suo aspetto fisico, la sua capacità di sottomissione, oppure ciò che è relativo al compito di preservare il suo corpo per un marito. Invece nel momento in cui diventa non compiacente, oltre a diventare puttana, che è una cosa a cui siamo tutte abituate, finalmente entra in gioco anche l’intelletto, ma solo per essere denigrato e annullato attraverso la sua invalidazione ad essere.
Quello che mi aveva schiaffeggiato la percezione, rileggendo il Classico da cui arriva il mio nome, a 35 anni, era stato che di quella persona, disposta a simulare la propria morte senza certezze alcune, con una percezione così nitida e razionale della paura, del rischio, e per questo con una volontà così ferrea di coraggio, una persona capace di esprimersi così:
[…]Chiedimi, piuttosto che sposare Paride, di saltare dai merli di qualsiasi torre, o di camminare per strade battute dai ladri, o di nascondermi dove si annidano i serpenti, incatenami con gli orsi ruggenti, o nascondimi di notte in un ossario, ricoperta dalle ossa scricchiolanti di uomini morti […]O chiedimi di andare in una fossa scavata di fresco e nascondermi con un uomo morto nella sua tomba […]e io lo farò senza paura o dubbio[…]
quello che mi aveva sconvolta, rileggendolo da persona adulta, da fan senza freno alcuno di Indiana Jones e cose di sparare, scavare, scoprire, il sangue, le vanghe e tutti morti, è che tutto quel coraggio, tutto quell’universo interiore, se è racchiuso in un corpo con attributi sessuali femminili, nella narrazione classica occidentale va a finire così:
[…]e io lo farò, per vivere come moglie immacolata del mio dolce sposo.
Non ci sono regni. Non ci sono battaglie. Non ci sono mondi e orizzonti da varcare. Non ci sono fini divini o metafisici. Non ci sono esperienza. C’è un fine, un orizzonte circoscritto, e soprattutto: unico.
Questo blog è nato perché sentivo forte l’urgenza di approfondire il legame tra le scelte di linguaggio che ogni giorno attuiamo, e la percezione che queste…che le parole, alimentano in ciascuno di noi. Nello specifico noi: donne. Che per millenni abbiamo avuto come specchio l’immagine unica che ci ha restituito di noi chi poteva scrivere, chi era legittimato ad inventare, immaginare, raccontare: gli uomini. Allora siamo diventate muse. Siamo diventate visioni. Siamo diventate passione. Angeli. Esseri eterei, romantici, delicati, ideali, nuvole di profumo, sogno erotico e desiderio materno.
Esseri ideali. Distanti: dalle cose terrene. Dalle cose pratiche. Dalle cose decisionali. Dal potere. E dal volere.
Ho iniziato a scrivere per condividere le tappe di questo lavoro di ricerca. Non sono certo la prima, né l’unica. Sono una voce in più, una goccia in più, perché è insieme che siamo tempesta. Insomma, senza particolare unicità, ho pensato di chiedermi una volta in più se, e quali fossero i legami tra gli archetipi e la percezione personale…anzi, lo sviluppo personale dell’individuo.
Perché a grandi linee mi sembra che ci sia ormai chiaro, in quanto società, che usare un linguaggio inappropriato, volgare, o violento con i più piccoli, influirà sulla loro percezione del sé. Che dire stupidə! e poi ripeterlo tante volte, ad una persona in fase di sviluppo, influirà sulla misura che avrà delle proprie capacità: interpersonali, di studio, di deduzione, di comprensione e quindi accettazione delle dinamiche collettive. E che perciò il linguaggio che genitori, insegnanti…che il villaggio, hanno usato verso di loro, sarà la loro misura nel mondo. Lo sguardo che applicheranno a sé stessi, agli altri, e ad una maggiore o minore vastità di proiezione nei desideri, e di conseguenza nelle possibilità.
La rappresentazione, insomma. Che parte dal linguaggio.
Penso che abbiamo, oggi, tutti gli strumenti necessari per comprendere che le radici della nostra cultura occidentale affondano in terreni sabbiosi perciò instabili, resi sterili da schiavitù, disparità, bigottismo e analfabetismo, violenza e repressione. Penso che renderebbe tuttə migliori, più liberə e felici ripensare e riscrivere gli archetipi di eroismo, libertà, bene e male, amore e odio, maschio, femmina e identità, potere, bisogno e dovere.
Penso che sia essenziale farsi carico, se si sceglie il mestiere della parola, di comprenderne l’impatto effettivo con onestà.
E penso che non farlo allora, sia una scelta. Una presa di posizione. E che dica delle cose su ciascunə.
E’ sempre una questione di volontà. E’ doloroso ammettere che nell’eleganza, nella meravigliosa fantasia, nella poesia sublime dei classici alla base della nostra cultura e del nostro lessico, a volte, si annidino anche le bruttezze. E’ doloroso prendere atto che anche certe cose meravigliose, avrebbero dovuto essere migliori nelle intenzioni e nello sguardo. Ammetterlo non significa perdere la capacità di apprezzarle o di goderne, avere la volontà di cancellare il passato. Significa farsi carico di reinventare la narrazione attuale per cambiare la visione futura.
Farsi quindi carico di dire a voce alta che non esistono esseri eterei. Che anche le donne fanno le scoregge. Rumorose. Fanno la cacca. Sudano. Puzzano anche. E in età adulta sviluppano peli corporei. Che sono le bambine a non averli. Quelle che giuridicamente vengono definite minorenni, persone cioè che non hanno ancora raggiunto l’età del libero consenso, quello sostenuto da argomentazioni complete e complesse rispetto ai propri desideri in seguito all’acquisizione di una base minima di esperienza.
E che anche le donne amano i film d’azione. I vestiti comodi. Il cibo pesante. Giocare a calcio. Guardare la partita. Nolan e i Pink Floyd. La politica. Vivere da sole. I soldi. Scrivere sui muri. La neuroscienza. Dylan Dog. La filosofia. La fisica quantistica. Andrea Pazienza. Massimo Troisi. La Storia. La birra. La pornografia. Le macchine. L’economia. L’alpinismo.
E che anche i maschi amano il rosa. I tacchi. Il make up. Jane Austen. L’autunno. I gatti. Piangere. Parlare. I bambini. Preparare un pasto caldo a chi torna. Banana Yoshimoto. Emma Cline. Fare le pulizie e tenere in ordine la casa. Harry Ti Presento Sally. Fare l’amore. Spendere soldi. Emily Dickinson. Avere cura. Un buon rosé. Taylor Swift.
In questo momento di grande rabbia e rifiuto di ciò che ci circonda tuttə, di ciò che ci fiacca, che ci intristisce e ci indebolisce come individui, costringendoci ad essere diversi da ciò che saremmo liberamente, tuttə, maschi e femmine, e perciò a soffrire, spesso anche senza capirlo o capirci internamente…in questo momento, mi ha colpita fortissimo questo articolo pubblicato su L’Espresso lo scorso 13 settembre. Mi ha colpita perché L’Espresso era spesso presente in casa mia, è stata una presenza nella mia crescita. Ed è una delle pochissime riviste italiane che continuo a seguire, proprio perché spesso non manca di trattare i temi della violenza di genere, dell’importanza del linguaggio e dell’inclusione.
Poi l’altra sera, scrollando Instagram trovo questo articolo in cui un critico musicale, dopo aver mispelled Katy Perry, ci invita a capire che che il successo trionfante (di Taylor Swift) deve essere seguito e capito anche solo per decifrare il mondo verso il quale ci stiamo dirigendo. Per farlo, utilizza termini e strutture particolarmente significative in termini di prossemica del linguaggio. Oltre all’elenco che avete letto all’inizio, potete leggere che Taylor Swift è:
- sapientemente censurata
- incapace di blasfemia
- (incapace di) eros troppo torbido
- principessa disneyana
- bellezza bionda e slavata
- eterna adolescente
- con un corpo da donna
- Barbie
- eroina da girl power ma debitamente annacquato, biancolatteo
- gigantesca proiezione di adolescenza inquieta
- rassicurante
- rivoltosa da stanzetta coi poster e con i trucchi rubati alla mamma
Argomentazioni che nell’ottica dello sviluppo di un’analisi musicale, dovrebbero supportare un ragionamento sulla qualità di un prodotto discografico, e dei suoi contenuti testuali e narrativi, alla luce di un successo economico e di popolarità ad ora unico nel panorama musicale mondiale.
Una delle argomentazioni Classiche del patriarcato, è che le donne siano inadatte a ricoprire ruoli di potere e controllo, che siano incapaci di agire sotto pressione, perché troppo emotive. Troppo suggestionabili dalle loro stesse percezioni, ed emozioni. Dai loro desideri, e proiezioni. Isteriche. Uterine. Delicate. Suscettibili.
Avete mai provato a guadagnare più di un uomo?
Vi è mai capitato di avere un talento più confermato dal riconoscimento e dall’apprezzamento collettivo, del suo?
Avete mai detto no alle avance di uno conosciuto in un parcheggio?
Avete mai riso del comportamento inappropriato di un uomo, davanti a lui?
Avete mai avuto una risposta che a lui mancava?
L’inverno scorso sono stata ad una cena. C’era un ragazzo che non vedevo da quando avevamo entrambi più o meno 16 anni. All’epoca lui era amico di amici, e avevamo passato insieme un capodanno in cui si era giocato ad un gioco di società che prevedeva delle domande di “cultura generale“. Io non avevo saputo rispondere di quale legno fosse composto il crocifisso del Cristo, domanda metafisica tra l’altro. Non avevo mai frequentato un giorno di catechismo in vita mia, lui aveva sottolineato sorridendo davanti a tutti, in piedi davanti a me, che avrei dovuto studiare perché si trattava di cultura generale. Ci ero rimasta malissimo perché nella mia famiglia la cultura era una cosa importante che si è in dovere di coltivare. Mi ero sentita umiliata, rimpicciolita, tanto da ricordare ancora la domanda e la sua metafisica risposta molto più nitidamente di quella persona, o meglio, di qualcosa di lui che non fosse la leggerezza con cui mi aveva rimproverata.
Poco dopo lui non seppe rispondere chi avesse dipinto Guernica, e io lo ripagai con la sua stessa moneta suscitando l’ilarità del resto del gruppo.
Avevamo 16 anni.
Stacco. 36 anni. Ci stringiamo la mano, gli chiedo se ricordassi bene il suo nome, ci sorridiamo. La serata trascorre tra chiacchiere varie, tuttə tranquillissimi. Io, tranquillissima. A casa di amici, i miei amici, con i loro amici. Al sicuro. Racconto qualcosa, un episodio di lavoro. Spensierata, senza strutture. Quando lui, senza sollevare lo sguardo dalla tovaglia, di punto in bianco sorride e dichiara, in rapporto al mio racconto di persona oggi adulta, qualcosa tipo vedo che non hai perso la verve.
Perché? Che bisogno c’era?
Quale bisogno c’è sotto?
Che significato ha quel gesto?
Che significato ha questo articolo su una cantautrice che ha raggiunto con il suo lavoro, livelli di guadagno e di fruizione fino a qui unici? La prima volta. Ne verranno altre. magari per lei. Magari per altrə.
Quando è che viene sottolineata la prima volta nella Storia di una persona, spiegando il fenomeno attraverso nozioni anatomiche? Quando è che viene usato come argomento di misura del suo talento, il suo aspetto fisico? Quando è che il suo aspetto fisico viene usato come unità di misura per la legittimazione o distruzione dei suoi argomenti?
Ma cosa significa tutta questa amarezza ributtante?
Ma che figure fate, maschi? Che figure vi fate fare?
Perché pensare che possa significare qualcosa che una persona di enorme successo mondiale non sia sufficientemente erotica per un signore che ha il doppio dei suoi anni e che scrive per un settimanale in un paese lontano di cui lei non parla nemmeno la lingua? Che argomento è?
Non tutti gli uomini, però una donna di successo è “l’annuncio di una nuova era in cui a comandare sono (tutte) le donne“.
Ma comandare cosa?
Che radice ha, cosa dice del pensiero di qualcuno, di un’intera cultura, questa ossessione, questo costante accostamento successo=sottomissione altrui?
Questa goffaggine che si è dimostrata deleteria per il mestiere della Critica, distorcendone completamente il senso, e trasformando troppo spesso il mestiere in un risibile sfogo di frustrazioni narcisistiche.
Che paura è questa?
Perché umiliarsi nel tentativo meschino di invalidare argomenti di interesse per milioni di persone, degradando l’artista ad eterna adolescente fingendo che non sia un’adulta particolarmente capace nel suo?
Perché rifiutare di chiedersi perché? Perché funziona. Perché rende felici così tante persone. Perché così tante persone si sentono finalmente rappresentate. Viste. Capite. Al sicuro.
Perché continuare ad accostare la complessità del sentire personale, con l’astrusità dei concetti? Non c’è vergogna nel non rendersi astrusi. Nel rendersi fruibili, così da essere certi di non generare mostri di insicurezza ed interpretazione. Mostri di mancata interpretabilità di concetti che con la complessità della parola nascondono male, solo l’impossibilità di una singolarità di accettare l’altrui. I mostri che per millenni hanno creato i testi sacri o i classici più forbiti.
E perché! Perché mai, legittimarne i contenuti e farsi veicolo di tale messaggio, attraverso la pubblicazione su una rivista che si definisce progressista ed inclusiva?
Il successo di Taylor Swift è il re nudo. I vestiti dell’imperatore. Ha improvvisamente sollevato come una folata di vento, la tenda sottilissima che nascondeva agli sguardi conformi, la frustrazione e la fatica del maschio incapace di questionare sé stesso con domande nuove, che arrivano da generazioni nuove, da indentità più libere delle precedenti. Domande che spaventano chi non accetta la possibilità di non essere più l’unico.
Di non essere più l’unica storia di ogni donna.
Bisogna che ci si faccia una ragione collettiva del fatto che la storia di una persona è se stessa. E’ che una donna, è prima di tutto una persona, esattamente come un uomo. Che ciascunə è protagonista della sua storia, e che quando si ha l’onore grande di esser lasciatə entrare, si è personaggi secondari sempre. Allora si può scegliere di essere una narrazione felice, oppure repellente.
Ho ascoltato Taylor Swift in questi due giorni. Ho usato del tempo per farlo e anche se preferisco altro, mi sono concessa di goderne. Poi ho guardato un sacco di TikTok di persone, per questo non solo donne, prima, durante e dopo questi concerti dell’Eras Tour.
Ho pensato che Taylor Swift funzioni perché nei suoi testi il soggetto si mette in discussione. Si pone delle domande e accetta le risposte anche quando sono dolorose. Non le nasconde a sé, ne agli altri. Anche quando ti rendono IL problema, anche quando fanno di te l’anti-eroə. Anche quando ti costringono ad ammettere che come Icaro “I’ll stare directly at the sun, but never in the mirror“. Funziona perché parla di introspezione, di violenza di genere, di omolesbostransfobia. Parla di bullismo, patriarcato, di misoginia, di cultura dello stupro, di narrazioni tossiche, e lo fa per la volontà di non diventarne parte: “did you hear my covert narcissism I disguise as altruism? Like some kind of congressman. Tale as old as time.“
Parla di donne di potere, di donne coi soldi, e della paura che questo comporti anche dinamiche disumane: “I have this dream my daughter-in-law kills me for the money. She thinks I left them in the will“
Parla di donne che godono. Godono di una sessualità libera, leggera, non per forza esclusiva, non per forza romantica: “Oh my God, look at that face, you look like my next mistake. Love’s a game, wanna play?”
Prende in giro gli stereotipi, alleggerisce i carichi e per questo le aspettative, e rende non interpretabili le intenzioni: “I can make the bad guy good…for a weekend” e “got a long list of ex-lovers” fattene una ragione. Prende in giro i rigidissimi dogmi della passione, e sottolinea la necessità del consenso: Screaming, crying, perfect storms. I can make all the tables turn[…] I get drunk on jealousy[…]“you can tell me when it’s over.”
Parla di donne al timone che si fanno carico dell’impresa: “I can show you incredible things”.
E di donne che dicono no, e che dicono basta all’essere sminuite, denigrate, invalidate, e lo fanno persino con sarcasmo: “I’m really gonna miss you picking fights, and me falling for it, screaming that I’m right, and you would hide away and find your peace of mind with some indie record that’s much cooler than mine“ quindi “you go talk to your friends, talk to my friends, but we are never, ever, ever, getting back together. Like…ever” e detto questo, non farmelo ripetere perché “it’s exhausting”.
I suoi testi, parlano anche di frivolezze. Parlano anche d’amore tormentato. Di dolore.
E poi parlano di dire basta. Che è possibile farlo senza essere picchiatə. Senza morire.
Ho pensato, ascoltandola, che Taylor Swift abbia un successo planetario perché parla di molte cose, anche molto complesse, anche molto difficili da ammettere a se stessə, facendo sembrare tutto anche fattibile. Anche comprensibile. Anche raccontabile. Possibile.
Possibile sopravvivere. E farlo divertendosi. Piacendosi.
Quest’artista guadagna miliardi perché milioni di persone sono felici di pagare per indossare al suo concerto un vestito che altrove sarebbe giudicato, o sarebbe soggetto a dibattiti, o sarebbe pericoloso.
Milioni di persone sono felici di pagare per ballare insieme a migliaia di persone che non le giudicheranno, che non diranno cose, se non: you slay sister. You slay brother. You slay, you. (no boomer, tranqui, non in senso violento, il contrario, appunto).
E’ vero che un successo del genere “deve essere seguito e capito anche solo per decifrare il mondo verso il quale ci stiamo dirigendo“. Per farlo si può concedersi di ascoltare abbandonando la paura di essere derisi per averlo fatto. Avere un po’ più di coraggio. Si può accettare l’esistenza di altre scale di valori, di altre necessità, priorità. Identità. Di argomenti nuovi, estranei, alieni alla propria generazione. Di dolori magari incomprensibili, magari difficili da accettare, lo stesso reali.
Per capire, si potrebbe accettare la fatica di essere meglio di come le generazioni precedenti sono state con ciascuno di noi. Più gentili, più aperti, meno irrigiditi dalla nostalgia. Lasciare spazio e dare fiducia. Un pochino, non sempre. Non solo. Al fatto che tutti gli argomenti di forma, di genere e di potere usati nell’articolo de L’Espresso, non hanno più valore per l’artista che tenta di denigrare e per i suoi milioni fan.
Per capire, anche senza riuscire, si potrebbe scegliere la volontà di responsabilizzare il proprio linguaggio, di non essere gretti, di non essere volgari, sessisti, misogini. Si potrebbe proporre un articolo che analizza le influenze musicali dell’artista, il suo percorso di formazione e quello di attivismo. L’impatto sociale dei suoi testi e l’evoluzione narrativa rispetto ad altrə artisti del genere nel passato. E si potrebbe fare tutto questo non celando il proprio gusto personale.
Non è più l’epoca della fascinazione per l’arroganza. Non ci crediamo più. Non ne possiamo più.
Pensarsi stimolanti, erotici e provocatori scegliendo di denigrare chi ha per noi un successo inspiegabile, e ce l’ha non autopubblicando un libro razzista e violento, ma migliorando la qualità della vita di moltissimə, anche giovanissimə. Dando coraggio a chi non sa come fare coming-out, a chi non sa come lasciare una persona, a chi si sente schernito e rifiutato da una società transfobica e razzista, fare tutto questo non è stimolante, non è erotico, e non è provocatorio. Fa provare solo un certo senso di pietà per chi così pensa e guarda.
Ma soprattutto una rabbia profonda per chi sceglie di pubblicare a livello nazionale validando e diffondendo quel pensiero.
Tutto quello che scrivo qui, su questo blog, e che tantissimə attivistə, e scrittorə, e giornalistə fanno con molto più successo di me ogni giorno, ragiona su quanto sia sempre stata la paura di essere visti davvero, e quindi anche nel non eroico, anche nel non divino, ad alimentare la radice della violenza. Quanto sia sempre stata la paura del giudizio e del fallimento, alimentata da standard disumani di grandezza, lucidità, divinità e onnipotenza, a creare disuguaglianze sociali e rifiuti introspettivi insanabili. Tutto costantemente alimentato e fomentato da narrazioni religiose, mitologiche e archetipiche ancestrali, frutto di epoche in cui mangiarsi le unghie poteva comportare la morte per setticemia.
Margaret Atwood scrive che gli uomini hanno paura che le donne ridano di loro, e le donne che gli uomini le uccidano. Nanni Moretti che le parole sono importanti. Michelle Obama ci dice che la rappresentazione conta. Per tutte queste ragioni, è vile, è povero, ed è pericoloso scegliere di dare spazio a scritture come quella di questo articolo. Ancora di più, dopo l’estate appena vissuta.
Una redazione come quella de L’Espresso ha tutti i mezzi per sapere, e allora scegliere, di farsi veicolo di una narrazione tossica, sessista, e misogina, che è alla base della violenza di genere. Oppure no.

Per fortuna milioni di persone, ben oltre i confini di questo paese hanno ormai formae mentis consapevoli. Per citare…Taylor Swift: “we see you over there, on the Internet, comparing all the girls who are killing it, but we figured you out. We all know now, we all got crowns. You need to calm down” 😉
We. Noi. Cuoricino.
Chiudo ammettendo che non avevo mai ascoltato con attenzione un testo di Taylor Swift fino a due giorni fa. Grazie a questo articolo there’s a new swiftie on the run, e qualche buona decina di ascolti Spotify in più che altrimenti non avrebbe avuto. E probabilmente non solo io e non solo i miei, visto che l’articolo è riuscito nell’impresa impossibile di unificare il parere dei commenti sotto al post sul profilo Instagram de L’espresso. Good job!