Lotto Marzo 2024: con le donne Palestinesi

“Per favore non chiamatela festa della donna” dice Irma sorridendo, dal palco del suo teatro dove portiamo in scena Piccole Donne Crescono, il seguito di Piccole Donne a cui di solito, tuttə lə registə dedicano pochi passaggi dei loro film.

Eppure è un libro di più di 350 pagine…ma come mai? Ci chiedevamo io e Gloria a dicembre, prima di iniziare il lunghissimo lavoro di riduzione e adattamento necessari per portarlo in scena.

Perché è bruttissimo.

E’ un libro bruttissimo: lungo, lento, prolisso, moralista…così brutto che si fa davvero fatica a credere che l’abbia scritto la stessa autrice di Piccole Donne.

E infatti: Louisa May Alcott lo scrive in tre mesi, su commissione del suo editore perché le servono i soldi, mentre si cruccia per rimanere fedele alla sua identità primaria di attivista femminista, abolizionista, ed anti-razzista.

Pensa che prima di Piccole Donne, Alcott scriveva narrativa per adulti spesso considerata scabrosa, in cui manifestava idee così progressiste rispetto a sesso ed intersezionalità, che ancora oggi, in molti luoghi, facciamo fatica a concepirle.

Alcott parlava di parità, uguaglianza e sessualità in un’America puritana e moralista, proprio mentre ferveva il dibattito per l’abolizione o il mantenimento della pratica della schiavitù.

La schiavitù nelle Americhe è durata secoli, ed è iniziata con la deportazione di 12 milioni…aspé, cerchiamo di visualizzare: 12 MILIONI.

Nel senso di DODICI MILIONI.

Per avere un metro di misura: la Lombardia conta approssimativamente 10 milioni di abitanti. Il Lazio 5 milioni. Il Piemonte 4 Milioni. La Sicilia 5 milioni. Il Molise poco più di 300.000 mila. La Valle d’Aosta poco più di 120.000.

Insomma, la schiavitù nelle Americhe è durata secoli, ed è iniziata con la DEPORTAZIONE di 12 milioni di persone dalle colonie europee dell’Africa.

I coloni europei, che vedevano nella costruzione del Nuovo Mondo, un’opportunità per espandere la nostra “grande civiltà“, per farlo, hanno pensato che fosse lecito vendere e comprare persone. Si, anche donne e bambini. Sono persone, le donne e i bambini, come confermo, sono persone anche gli uomini adulti.

E’ interessante poi, sapere che dall’alto della nostra civiltà, in poco tempo, la possibilità di diventare unə schiavə, è stata allargata a tutte le persone IMPORTATE dai PAESI NON CRISTIANI, comprendendo of course, tuttə gli abitanti originari delle terre che oggi chiamiamo America, sia del Nord che del Sud.

“Il Codice degli schiavi varato in Virginia nel 1705 definiva come atte ad essere assoggettate in tale condizione tutte le persone importate da paesi non cristiani, inclusi gli stessi nativi americani. Iniziò dunque ad essere legale la schiavizzazione di qualunque straniero che non fosse cristiano.”

Posso sentite nelle orecchie il livello della percezione delle persone native delle terre d’America con cui sono cresciuta: “Ah, si…la cosa dei cosi…com’è?…gli indiani. Indiani d’America, perché ci sono pure quelli indiani d’India. Vabbò, tanto non è che se li vedi li distingui. Quelli.

E infatti…ə nativə delle terre che oggi chiamiamo Americhe, hanno una storia con cui tuttə abbiamo confidenza…giusto? Di cui tuttə conosciamo le cifre…di cui tuttə comprendiamo la portata…che insomma…tuttə chiamiamo, oggi, GENOCIDIO.

No?

Vero o no, che tuttə sappiamo che noi europeə siamo statə responsabili del genocidio di 55, ma forse 100 MILIONI di abitanti delle terre che oggi chiamiamo Americhe?

55 MILIONI.

Ma forse 100 MILIONI.

C E N T O M I L I O N I .

Diamoci un metro di paragone: l’Italia ha approssimativamente 59 milioni di abitanti. La Francia, 67 milioni. La Germania, 83 milioni. La Gran Bretagna, 67 milioni.

Penso a questo spesso, ultimamente. Penso a come mi hanno insegnato a percepire me stessa ed il mondo. Penso spesso che, nonostante gli anni di studi prima obbligati e poi scelti, che il genocidio dei nativi delle Americhe contasse 55, ma forse 100 milioni di vittime, l’ho scoperto pochi mesi fa. L’ho scoperto ascoltando un podcast americano che ho dovuto mandare indietro più di una volta, e poi fare ricerca autonoma per essere sicura che non avessero gonfiato i numeri, o che semplicemente non ci fosse un refuso sul copione, basta uno 0.

Prima, sapevo vagamente chiamarlo genocidio, quello dei nativi delle Americhe, anche se francamente facevo fatica. Mi metteva un po’ a disagio perché quel termine, per me, restava principalmente legato al nazismo.

Un’altra cosa a cui penso spesso ultimamente, sono gli anni ’90.

Quando ci penso mi viene in mente soprattutto la luce. Mi vengono in mente le luci ad incandescenza, tutte le sere, o a natale, perché non c’è paragone con i led. La luce in casa di Elliot in E.T., la luce delle fotografie di Nan Golding. Mi viene in mente la piccola casa bianca e gialla dei miei genitori che erano ancora giovani. Mi vengono in mente i miei genitori da giovani, che è come li penso ancora adesso, quando non li vedo. Mi viene in mente la sensazione di credere che il mondo prima dell’Undici Settembre fosse in pace.

Invece il genocidio del Rwanda ha contato più di un milione di mortə. Il genocidio in Bosnia ha sterminato un’intera generazione di maschi, e creato un’irreparabile trauma nelle donne massacrate dallo stupro. All’inizio degli anni ’90 ancora fioriva rigogliosa l’apartheid in Sud Africa, e Nelson Mandela appariva sulla terrorist list degli Stati Uniti.

Nelson Mandela, su quella lista ci è rimasto fino al 2008: per tutti gli anni della sua prigionia, e poi della sua presidenza, e poi del suo riconoscimento mondiale come leader di pace.

Ricordo che tutto quello che non riguardava le persone bianche, sembrava non esistere. A parte i film di Spike Lee e tuttə queə bambinə con i pancioni gonfi che sembravano morire di fame a causa di feroci condizioni climatiche: “eh..purtroppo laggiù la natura è selvaggia”… Allora la carità, sì. La carità era il fiore all’occhiello della gente bianca, la mia gente.

Quando penso agli anni novanta mi vengono in mente i servizi dei telegiornali con quei visi emaciati coperti di mosche, e il personale medico e missionario rigorosamente bianco, che li salvava. Mi vengono in mente i braccialettini di plastica che arrivavano dal Congo a mia nonna, perché donava cinquemila lire ogni sei mesi. Mi vengono in mente i video delle sassaiole dei Palestinesi contro le barricate israeliane. Mi viene in mente che non sapevo elencare il nome di più di un paio di paesi arabi, che probabilmente erano l’Egitto per via delle piramidi, e il Marocco grazie alle migrazioni. Mi viene in mente che non sapevo di essere bianca. Che la percezione delle altre identità, tutte le altre identità, era così distante ed approssimativa da farle sembrare un’eccezione. Anche quelle che avrei scoperto mie: donna, bianca, cis e lesbica.

Quando penso agli anni’90 penso che non avevo idea che l’Italia, il mio paese, avesse una storia colonica. Che a scuola non mi hanno mai detto che la storia colonica dell’Italia, non solo esiste, ma conta più di UN MILIONE DI MORTI, ovvero l’ 8,5% della popolazione totale dei territori da noi colonizzati:

“Contando guerre, rastrellamenti, esecuzioni, deportazioni e internamento nei campi di concentramento, sono attribuibili al colonialismo italiano oltre 1.000.000 di morti. Su un ammontare di poco più di 12 milioni di persone, significa che oltre l’8,5% dell’intera popolazione delle colonie morì per mano italiana. Va segnalato l’elevato tasso di mortalità nei campi di concentramento coloniali italiani, che arrivò a toccare anche il 58% degli internati.”

Occhei. Però…perché invece di sezionare un classicone, ti sto parlando di questo? Dove voglio arrivare? Se segui questo blog, sai già che quello della letteratura è l’espediente che mi serve per parlare dello stato delle identità e delle discriminazioni nella cultura che viviamo. Con cultura intendo il modo collettivo in cui pensiamo a noi stessə, e a chi è fuori da noi stessə. Come usiamo le parole, il significato che diamo loro, e le conseguenze che ha su di noi.

Ma tutto questo, per me, ha senso solo nella complessità della lotta per l’uguaglianza. Concetto sul quale mi sento assolutamente radicale: nessunə può essere liberə e pari, finché tuttə, non siamo liberə e pari.

Mi è impossibile allora, in questo momento, portare avanti un mero lavoro di analisi e collegamento, e farlo anche con gioia, anche con leggerezza ed ironia (ci provo), senza guardare in faccia quello che succede in Palestina.

Della mia esperienza personale con la Palestina te ne ho già scritto qui ad ottobre. In tutto questo tempo ho sentito l’impotenza, ho cercato di non rimanere in silenzio, sono scesa in piazza. L’incredulità e la mole di disumanità da elaborare mi hanno fatta sentire sopraffatta e mi hanno paralizzata.

C’è del personale. E il personale è politico. E c’è del politico nel senso di agire associato, che desidero per me, sia personale.

Tutto è politica, ce l’ha insegnato anche Murgia.

Tuttə siamo politica, perché ciascuna delle nostre identità è stata soggetto di osservazioni collettive, anche quella del maschio bianco, cis, etero, che oggi impazzisce nel chiedersi in cosa mai sia diverso un “vero uomo” da una persona.

Preparo questo articolo da 5 mesi. Ho raccolto, accatastato, accumulato, sono sommersa di: video, articoli, link, sentenze, passaggi di processi, sanzioni per anno, saggi, statistiche, dati inconfutabili confermati da organismi internazionali. Ho ricercato e catalogato come una specie di paralegale (quellə che si vedono nei film americani che non sono avvocati, però fanno lo stesso lavoro). Insomma, sono 5 mesi che so tutto quello che voglio dire.

E adesso sono giorni che non esce niente: tutto si accatasta sulla soglia della mente come le malattie del Signor Burns.

Di fronte a quello che stiamo vivendo, mi sento come immagino si sentisse mio nonno negli anni ’30. Nonno Vittorio, partigiano Fred, partito per le montagne una notte dei suoi 18 anni senza dire niente a sua madre che aveva già perso un figlio nella campagna di Russia.

Ho passato grande parte dei miei 27 anni insieme a lui, chiedendogli come fosse successo. Come avessero fatto a non accorgersene. Tuttə, come avete fatto a non accorgervene? Lui mi diceva che non andò così. Che ci si accorgeva che quello che riportavano radio e giornali non corrispondeva alla realtà della quotidianità, che le persone sparivano per non tornare più, che le leggi razziali avevano creato incredulità e sgomento, che si aveva paura del regime. Che all’orrore ci si è arrivati lentamente ma non di soppiatto, non di nascosto, ci si è arrivati di politica, di diplomazia, di relazioni internazionali. Non c’era né televisione, né internet, né social, ma il mondo sapeva.

Mi sento spaesata come penso si sentisse lui di fronte alla negazione patologica del mondo intorno.

Eppure non dovrei, la nostra Storia occidentale è fatta solo di sangue, guerre, prevaricazioni, colonialismo, genocidi, stupri, e fenomeni collettivi di orrore, accettazione e silenzio: dall’inquisizione, al colonialismo, ai campi di concentramento.

Quindi? Quello che sta succedendo ora, resterà solo un’altro episodio di vigliaccheria? Resteremo inermi come di fronte ai colori di un tramonto sul mare quando sono troppi, troppo definiti, troppo belli per poterli contenere in uno sguardo? Come di fronte ad un’innamoramento quando ci sembra che quella persona sia così piena e vasta, che non riusciremo mai a metterci al pari, e ci lasciamo sovrastare dal mistero?

Così, di fronte all’evidenza dell’orrore di cui siamo capaci in quanto persone, ci accetteremo semplicemente incapaci di trovare le parole efficaci, le azioni sufficienti? Lasceremo che sia, tanto non sarò certo io a cambiare qualcosa?

Oppure accetteremo di imparare? Accetteremo di non sapere ogni cosa, di non essere solo in ragione?

Allora cerco di partire da una cosa, almeno una, in questo Lotto Marzo che non è una festa, come dice Irma. Non lo è perché è una giornata internazionale di commemorazione e riflessione nata dalle lotte di generazioni donne in tutto il mondo, lotte per guadagnarsi una parità che è ancora fragile ed instabile. Parto da una cosa, la isolo dagli altri fili di questa immonda matassa che ci circonda perché mi riguarda meglio, e provo a concentrarmi su questa.

E’ successo che, di fronte alla banalità del male, e alla complessità dell’accettarla, il movimento femminista, questo movimento transfemminista ed intersezionale di cui voglio sentirmi parte per essere marea, si è trovato impreparato e disunito. Di fronte alla banalità del male, e alla complessità dell’accettarla, sono venuti a galla tutti i bias di una cultura che credevamo convintamente libera da pregiudizi, dai perbenismi e dalle convezioni. Una cultura che credevamo anticonformista e indipendente. E che invece, come tutte le cose umane, è anche ricca di inconsapevolezze e concetti interiorizzati.

Così, dai primissimi momenti, in moltə non hanno esitato a trincerarsi dietro la fortezza della retorica propria non solo dell’occidente, ma del patriarcato stesso, la retorica biblica dell’occhio per occhio, della possibilità di un’etica della guerra, scegliendo di ignorare assolutamente la condizione di apartheid ed impedimento dell’autodeterminazione del popolo Palestinese imposti da Israele e dai suoi legami con l’occidente, da più di 75 anni. Dico più di 75 anni, perché dire 75 anni esclude tutta la durata del mandato britannico dal 1920 al 1948, quando, caduto l’impero Ottomano, l’occidente privò i popoli di quei territori dell’autodeterminazione.

Autodeterminazione è il concetto che comprende l’idea di cultura, consapevolezza storica, identità, lingua, giurisprudenza, ed autonomia di un popolo.

Chi, a livello di movimento o di singolo attivismo, non ha preso questa direttissima, si è, nella stragrande maggioranza dei casi, sentitə in dovere di specificare la vicinanza anche alle donne israeliane, come se prendere una posizione netta nei confronti di un regime di apartheid, ci distanziasse dalla solidarietà a tutte le donne. Come se nell’esprimere solidarietà alle donne ucraine, fossimo tenutə a specificare quella alle donne russe. Come se nel ’44 esprimere solidarietà alle donne ebree, avesse comportato l’obbligo di esprimersi a sostegno delle donne tedesche. Come se esprimere solidarietà alle donne di Gaza, mi trattenesse dal prestare aiuto, soccorso e affetto ad una donna israeliana piegata dall’abuso. Ma che pensiero è?

Perché? Cosa dice di noi?

Chiedere di esprimere solidarietà, solo tenendo conto di…chiedere di condannare gli attacchi del 7 ottobre senza tenere conto di un’occupazione illegale internazionalmente condannata, di privazione del diritto, di genocidio, è come negare che la differenza tra biancheria intima e costumi da bagno stia nel valore che gli attribuiamo. Esprimere solidarietà alle donne di Gaza sentendosi in dovere di specificare che però, anche a quelle israeliane, svela facilmente come percepiamo un popolo nella sua interezza e complessità, ed un’altro in parte, meno, solo se…cosa dice questo atteggiamento di noi come cultura, o come movimento? Cosa ci spinge a pensare di doverci…giustificare?

Eppure la questione transfemminista ed intersezionale si pone in maniera particolarmente problematica rispetto ad Israele, il paese considerato faro dei diritti nel Medio Oriente, che ha fatto del pinkwashing uno strumento di propaganda essenziale. Lo abbiamo visto in maniera eclatante all’inizio di questa parte di guerra, quando un soldato si è fatto fotografare davanti alle rovine di Gaza mostrando una bandiera arcobaleno per ricordare al mondo che il massacro in atto è anche per noi, anche in nostro nome, anche per la nostra libertà.

Israele ha reso le questioni LGBTQI+ e della parità una bandiera della propria identità, senza mai giustificare la settorialità nell’applicazione di tali aperture nell’ambito ultra-conservatore, ultra-nazionalista ed estremista di un’ampissima fetta di governo e di popolazione, né il disarmante doppio standard nei confronti delle persone palestinesi. Un paese il cui esercito, considerato il più forte al mondo, è composto da persone formate in leva obbligatoria universale (2 anni e 8 mesi per gli uomini, 2 anni per le donne, a partire dai 18 anni) e che ci porta oggi ad assistere in tempo reale al genocidio più documentato della Storia, in cui per la prima volta le donne compaiono in maniera numericamente massiva al fianco dei soldati uomini, complici compiaciute della distruzione e della disumanizzazione in atto.

(può essere che da computer tu debba cliccare sulla caption dei post qui sotto, per poterli mandare in play)

Questo accade mentre, tra le innumerevoli altre storture, gli organi internazionali e le associazioni umanitarie sul territorio riportato un aumento del 300% nei casi di aborti spontanei tra le donne palestinesi a causa dei bombardamenti israeliani. Riportano le condizioni di assenza di assistenza, mezzi e condizioni igienico-sanitarie nel momento del parto, ma anche delle mestruazioni.

Ed accade mentre impariamo a conoscere i volti e le voci delle leader di questa guerra, che non rappresentando l’interezza e la complessità delle donne israeliane, offrono al mondo una rappresentazione politica e decisionale in linea con il governo di Netanyahu.

Ho l’impressione che mai come prima, questa situazione abbia portato in superficie la tendenza irrisolta del femminismo occidentale, seppure intersezionale, a fare della propria esperienza, la sola esperienza, che significa farne anche l’unico filtro per l’esperienza altrui. Che abbia scoperto il razzismo interiorizzato in noi, e anche grandi lacune e superficialità nell’analisi, nello studio della teoria femminista, e della Storia in generale.

Ho perso stima di molte donne che prima rappresentavano per me esempi di etica e ragionamento.

Mi sono vergognata di molte delle mie compagne. Quelle che conosco, e quelle che mi sono estranee ma sorelle.

E ho trovato conforto, lucidità, forza e coraggio in altre.

Una di loro è Anwar Odeh, donna, attivista, palestinese. Le ho chiesto se avesse voglia di scrivere qualcosa qui, per l’otto marzo, perché per quanto sentita, per quanto personale, la mia esperienza è mia, quella di una donna occidentale, bianca, di cultura cattolica. E questa esperienza, non è la sua, quella di donna palestinese. E perché non si ascoltano abbastanza voci palestinesi in questo paese. Non si ascoltano abbastanza voci non bianche in questo paese. E questo ci rende provinciali, ignoranti, superficiali, arretratə, e spentə. E ci rende pavidə e colpevoli.

Anwar mi ha scritto:

[…]non nego che è stato difficile scrivere questo testo. In principio era molto più lungo poi ho optato per una drastica e totale modifica delle mie parole. C’è una poesia, ci sono dei pensieri e c’è un testo con dei contenuti più “pragmatici”. Ho cancellato molte cose perché sono pervasa da sentimenti di rabbia, dolore e frustrazione. Mi sembra di non rendere giustizia a questa catastrofe materiale ed emotiva che ci pervade.[…]

Prima di cominciare a scrivere, Anwar ci regala questa poesia del 2011, dell’artista e attivista Rafeef Ziadah: (traduco il testo sotto il video)

[…] sono una donna araba di colore, e di noi esiste ogni sfumatura di rabbia.

Quindi: “chi è quella donna che grida in mezzo al corteo?” 

Non dovei forse gridare? 

Ho scordato di essere il tuo sogno d’oriente, Jinnee in a bottle, la tua danzatrice del ventre, la ragazza per il tuo harem, la donna araba dalla voce pacata: si, padrone. No, padrone.

Grazie per i sandwich al burro d’arachidi che ci piovono addosso dall’altro dei tuoi F16 padrone.

Si, i miei salvatori sono qui per uccidere i miei figli e chiamarli “danni collaterali”

Io sono una donna araba di colore, e di noi esiste ogni sfumatura di rabbia.

Quindi lascia che ti dica che questo mio grembo ti porterà soltanto la prossima ribelle.

Lei terrà una pietra in una mano e una bandiera palestinese nell’altra.

Sono una donna araba di colore.

Fai attenzione! Fai attenzione alla mia rabbia.”

Poi Anwar scrive:

Come molt3, sono emotivamente, fisicamente e psicologicamente distrutta.
Provare a dare voce alla mia rabbia e al mio dolore diventa sempre più difficile. 

Il susseguirsi di giorni è scandito da una costante ricerca di forza e lucidità mentre a Gaza ogni vita grida nelle nostre ferite. Ferite profonde, tramandate di generazione in generazione, che segnano costantemente le nostre esperienze e plasmano le nostre identità. 

Sono una donna palestinese, nata e cresciuta nella diaspora ‘occidentale’. Le mie parole, la mia rabbia, il mio amore e la mia voce rappresentano per me uno strumento e uno spazio di resistenza alla violenza coloniale. 

La mia famiglia sta morendo sotto le bombe.
Sento il peso delle macerie che schiacciano i loro corpi, sul mio corpo.
Il mio cuore brucia. 

Questa raccolta di pensieri rappresenta la premessa di uno scritto che nasce dalla volontà di dare voce e forma alla complessa consapevolezza femminista che caratterizza la lotta e la resistenza palestinese. 

Le teorie femministe non valgono nulla, come ci ha ampliamente dimostrato il silenzio assordante che ha caratterizzato numerose ‘voci femministe’, se non nascono dal cuore delle esperienze e non rimangono intrinsecamente collegate ad esse. Così, ascoltare le voci delle donne palestinesi, ci permette di individuare il legame inscindibile tra il patriarcato, il colonialismo e l’imperialismo culturale e politico in quanto dinamiche di oppressione che agiscono sulle nostre menti, sui nostri corpi e sulle nostre terre. L’ascolto ci pone in relazione, le une con le altre, per dare significato alla nostra esperienza. Una relazione attiva e di cura reciproca che rappresenta una forma di resistenza di fronte alla violenza patriarcale, capitalista e coloniale. 

Il silenzio assordante delle ‘voci femministe’ di fronte al genocidio del popolo palestinese, ci porta ad interrogarci sul nostro ruolo, in quanto soggett3 che vivono in una società e in una cultura dominata dalla retorica dello scontro di civiltà. Uno scontro in cui le/gli arab3, e i/le mussulman3, sono i/le selvagg3, barbar3, incivil3, gli animali che devono essere civilizzat3, salvat3, educat3, ed istruit3, tutto all’interno di una dicotomia che contrappone un ‘NOI’ a un ‘LORO’. Per quanto violento sia il portato di questo linguaggio, riconoscerne l’utilizzo e il fine, anche all’interno dei movimenti femministi, è necessario affinché siano messe in discussione le teorie, le pratiche e le analisi ‘femministe’ di riferimento, che trasformano la nozione di femminismo in un concetto elitario, liberale, borghese e coloniale, destinato a poch3 privilegiat3. I movimenti femministi internazionali devono interrogarsi sulle proprie responsabilità, e riconoscere il ruolo che ha ricoperto il loro linguaggio, in quanto strumento utile alla realizzazione e alla preservazione del progetto coloniale sionista, sulle nostre terre e sui nostri corpi. La rappresentazione coloniale delle persone palestinesi e del3 soggett3 altr3, infatti, riduce la loro esperienza a ‘vittime’ in un con testo di dinamica di potere e di privilegio, in cui il retaggio coloniale continua a pervadere ogni spazio, compreso lo ‘spazio di lotta’. Per riuscire a decostruire queste rappresentazioni e questi costrutti coloniali, è necessario intraprendere un percorso di decolonizzazione del pensiero femminista, affinché tutt3 possano contribuire alla lotta di liberazione del popolo palestinese. 

La decolonizzazione, in quanto processo storico e politico, è necessaria affinché si ripoliticizzi lo sguardo femminista verso i nostri corpi, le nostre menti e le nostre terre. Le immagini stereotipate e i preconcetti riduttivi e coloniali sui/lle palestinesi, depoliticizzat3 e deumanizzat3 nel corso del tempo, devono essere abolite affinché i rapporti e le strutture di potere possano essere decostruite. A tal fine, assistendo al genocidio del popolo palestinese, è necessario diventare in grado di identificare le dinamiche di potere che contrappongono oppress3 e oppressor3, colonizzat3 e colonizzator3 all’interno della struttura del colonialismo d’insediamento sionista, che fonda lo stato israeliano, e che lo forma in tutte le sue articolazioni e in tutti i suoi rapporti con le/i palestinesi. Analizzare le strutture di potere ci permette di guardare alle forme di resistenza (materiali, politiche, spirituali e culturali) del popolo palestinese in quanto legittime intifade (rivolte) contro le innumerevoli forme di oppressione che caratterizzano l’esperienza della/del palestinese. 

E’ il saper riconoscere il legame inscindibile tra le varie forme di oppressione, che può permettere ai movimenti politici e femministi, di non identificare il genere come unico denominatore comune della lotta femminista. 

Anwar Odeh / marzo 2024


Angela Davis e Nelson Mandela ci insegnano che nessunə è liberə finché tuttə non siamo liberə. Che oggi, da decenni, significa anche, nessunə è libera finché la Palestina non sarà libera.

Negli ultimi mesi ho imparato a scrivere mischiando lettere e numeri, ed ho insegnato al mio telefono questo nuovo para-linguaggio: G4z4, P4l3st1n4, 1sr43l3, 4p4rth31d, c0l0n1, c0l0n14lism0, G3rūs4l3mm3.

Ho imparato a camuffare le parole a sostegno di un popolo oppresso, ho imparato a nascondermi per non rimanere in silenzio.

Tutto di noi mi fa vergognare in questa parte di mondo: la pavidità prima di tutto. Poi la docilità, l’arrendevolezza, l’assuefazione, l’ignoranza, l’arroganza.

Questo blog sostiene tutte le donne del mondo in qualunque loro forma, sfumatura, origine, cultura, biologia. Ed esattamente per questo, questa giornata di memoria, riflessione e lotta, la dedica alle donne palestinesi, alla loro lotta che è la lotta di tuttə perché non è una lotta di prevaricazione e cancellazione, ma è una lotta per la libertà, l’autodeterminazione, l’uguaglianza, l’antirazzismo e la parità.

Certo che la resistenza palestinese è anche problematica, certo che la cultura islamica è anche problematica. Come lo era la nostra all’alba della Liberazione, e come continua ad esserlo oggi, nel 2024. Come lo sono state tutte le culture all’alba delle Rivoluzioni, e continuano ad esserlo oggi, nel 2024. Ma questo conferma solo che ogni popolo necessita della propria autodeterminazione per potersi unire nel ragionamento collettivo sullo stato delle identità, sulla parità, sul Diritto, sulla Giustizia e sul progresso sociale. Non esiste parità, non esiste libertà, non esiste giustizia, se non esiste un popolo.

Non esiste femminismo se le donne hanno come unico fine la sopravvivenza fisica: se sono impegnate a partorire sul pavimento coperto di calcinacci di un ospedale senza elettricità, se sono impegnate a subire tagli cesarei senza anestesia, se sono impegnate ad affrontare la ricostruzione dei propri tessuto cutanei senza antidolorifici, se sono impegnate ad accarezzare la mano deə loro figliə mentre muoiono per la privazione del cibo, se il loro seno, per la stessa privazione di cibo, non produce latte. Se sono impegnate a non farsi arrestare o ammazzare mentre cercano un sacco di farina. Se sono impegnate a non farsi ammazzare mentre tentano di salvare unə paziente, mentre tentano di insegnare a leggere aə bambinə. Se sono impegnate a non sviluppare infezioni facendosi assorbenti con ritagli di tendoni, se sono impegnate a non saltare in aria mentre un soldato sventola la loro biancheria intima su TikTok.

Non esiste femminismo, non esiste filosofia, non esiste giustizia, lotta alla misoginia della propria cultura, e al patriarcato, se le donne sono tutte morte.

Non vedo l’ora che arrivi il giorno in cui con le sorelle palestinesi potremo sederci per parlare dello stato del patriarcato nella cultura, nel governo, e nelle istituzioni di Palestina.

Per questo, oggi, Le Vostre Ero-ine non si dedica all’analisi della letteratura occidentale, ma ad uno dei numerosissimi problemi alla sua base: il razzismo.

Il transfemminismo bianco occidentale, liberale ed eurocentrico, anche quello che riconosce il significato di intersezionalità, ha un problema e fa ancora troppa fatica ad ammetterlo. Non c’è tempo, la lotta è troppo urgente, l’unità è troppo urgente, la sorellanza è troppo urgente. E siamo anche troppo ignoranti: leggiamo troppo poco, studiamo troppo poco, troppe poche voci, troppo patinate per sostenere una lotta. C’è troppo analfabetismo funzionale, il livello dell’analisi è superficiale ed è distorto da un bagaglio pesante di razzismo e colonialismo interiorizzati, che potremmo, invece di rifiutarli, cercare di affrontare come moltə di noi hanno dovuto affrontare la propria omolesbotransfobia interiorizzata per diventare le persone che siamo: libere nella nostra identità.

Se La Giornata Internazionale Della Donna, che l’Italia è l’unico paese a chiamare FESTA, è una giornata di memoria e riflessione, questo è un appello a tuttə le sorellə transfemministə: rendiamoci capaci di ascoltare.

Come scrive Audre Lorde in una lettera a Mary Daly del 1979:

“La Storia delle donne bianche che non sono in grado di ascoltare le parole delle donne nere, o di mantenere un dialogo aperto con noi, è lunga e scoraggiante, e rappresenta un pattern relazionale che noi, in quanto donne in carica del proprio futuro, siamo nel processo di superare, spero. […] Quando il patriarcato ci sminuisce, incoraggia il nostro femminicidio. Quando a farlo è il movimento femminista, incoraggia la propria morte […] l’assimilazione ad una Storia femminile (termine originale HERstory, in contrapposizione a HIStory) unicamente bianca ed occidentale, non è accettabile […] in quanto donne, le nostre differenze ci espongono a diverse forme e gradi di oppressione patriarcale. Alcune le condividiamo tutte, altre no […] all’interno della comunità femminile, il razzismo rappresenta una forza nella mia vita, che non esiste nella tua. Le donne bianche con i cappucci che distribuiscono volantini per il KKK in Ohio, possono non essere d’accordo con quello che tu hai da dire, ma a me sparerebbero a vista […] al di là della sorellanza, il razzismo è ancora un tema.”

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