La prima volta che ho messo piede in Palestina e in Israele avevo credo 20 anni giusti. 21 forse. Sono sbarcata al Ben Gurion, l’aeroporto internazionale di Tel Aviv con un background di ferreo antifascismo, che per una bambina degli anni ’90 significava ancora una chiarissima visione, inconfutabile e permanente di cosa sia stato l’olocausto, e di cosa sia stato e rischi di essere oggi più che mai, il fascismo in ogni sua declinazione.
E poi ci arrivavo da cinefila e all’epoca studentessa di Cinema: Exodus, il cult con Paul Newman del 1960 stampato nel cuore.
Non avevo dubbi da che “parte” sarei sempre stata.
La Storia era chiara e non c’entrava nulla con religione o politica, ma con etica e giustizia.
E le televisioni di quei decenni mi sostenevano piene delle immagini di questi ragazzini “arabi” incapaci di comprendere la portata del dolore e la complessità della Politica, della diplomazia, sempre a lanciare sassi, sporchi e incazzati.
Arrivavo in quella che chiamavo soltanto Israele perché prendevo parte ad un progetto gestito dalla Cooperazione Italiana che sarebbe durato più di dieci anni anni, che mi avrebbe portata ad un percorso universitario di Arabistica e Storia del Conflitto (lasciato al terzo anno), e culminato nel mio primo documentario Diario di Amleto a Gerusalemme che oggi potete trovare su Prime purtroppo solo a pagamento (non ho diritto o modo a divulgarlo gratuitamente altrimenti).
Essere li con un’entità diplomatica significa la possibilità di muoversi all’interno di Israele, Territori Occupati e checkpoint per conoscere quei luoghi, non da turisti.
A 20 anni ero già abituata al mondo: vivevo in Francia, avevo lavorato nella cucina di un pub in Australia e visto l’altra faccia della luna, il sedere della luna.
Conoscere la dualità culturale di quelle terre tra oriente e occidente, così legate a passati più o meno remoti, ma completamente nel presente, è stato anche affascinante, anche felice, anche meraviglioso.
Ma è stato anche doloroso, e stato anche faticoso, è stato anche un lavoro di obbligo morale, e di battaglia personale tra me stessa e chi desidero essere nella pienezza dei principi che comprendo e scelgo.
Il primo giorno, ancora sbronza dell’eccitazione che mi ha sempre dato mettere piede in una terra lontana, quella che per me era sono una ragazza come me, mi ha portata in un bar con terrazza sulle mura di Gerusalemme. Ovest. Ha chiesto in inglese un tavolo per noi.
E non ci hanno fatte sedere.
Ero appena arrivata, quella mattina, e R. mi aveva accolta da donna, da coetanea, da collega, da amica, da ospite.
Due ventenni con i capelli scuri e lunghissimi e le spalle scoperte in una città.
Divisa in due parti: Est e Ovest come Berlino i primi anni della ma vita.
La parte Ovest, quella del bar con terrazza, assomiglia all’immaginario che dai telefilm ho di posti come Miami, costantemente baciati dal sole, luminosi di colori chiari che rifrangono la tantissima luce. La parte Ovest è Israele.
La parte Est è Palestina e non assomiglia a Miami.
Ho ancora l’impressione di non aver conosciuto l’umiliazione prima di quel momento in cui l’ho vista esprimersi sul viso di R. L’umiliazione del vedersi negare un posto a sedere in un bar della tua città, in un giorno di sole mentre passeggi con un’amica. E ho ancora l’impressione di non aver conosciuto la rabbia prima di quel momento in cui l’ho vista esprimersi sul viso di R. La cameriera aveva la nostra età e ho ancora l’impressione di non aver conosciuto il razzismo prima di quel momento in cui l’ho visto esprimersi sul suo viso. Nel modo in cui ci ha guardate sollevando le sopracciglia e sorridendo ai colleghi alle sue spalle parlando in una lingua che pensava non comprendessimo. Io non la comprendevo, era israeliano, R. si, la parlava perché lei era una persona nella sua città, quella in cui era nata e cresciuta, e quella è la lingua della sua città. Oltre a parlare l’arabo palestinese, che è la lingua della sua città.
Siamo uscite, tutte e due con le guance infuocate, la gente che ci guardava, alcuni parlottando o ghignando, alcuni con tristezza, tutti senza fare niente.
Le chiesi cosa stesse accadendo, non potevo capire, non potevo immaginare. Lei cercava di non piangere, ci eravamo appena conosciute. Ci siamo sedute sul marciapiede poco più in là. Abbiamo parlato un po’. Mi ha spiegato le prime cose che ho saputo sull’essere palestinesi. Abbiamo deciso, lei, ha deciso e così mi ha insegnato, che quella cosa non poteva succede. Siamo tornare al bar.
Questa volta R. ha iniziato parlando in israeliano, io non capivo: tutte e due le giovani donne davanti a me, in niente dissimili, avevano occhi lucidi di rabbia e guance rosse di fatica. Hanno discusso per un po’ senza includermi, poi R. ha ripreso l’inglese indicandomi: e inoltre lei è straniera, Italiana, questa è la figura che state facendo. E mi ha fatto tirare fuori il passaporto.
In un bar. Ho tirato fuori il mio passaporto italiano, Europeo, in un bar, per avere un tavolo.
Ci hanno dato un tavolo da cui si vedeva il monte degli ulivi, quello di Gesù, il sole tramontava. Era uno dei panorami più belli che avessi mai visto, ed era uno dei momenti più tristi che avessi mai vissuto.
Siamo state in silenzio per un lungo momento. A quel punto tutte e due trattenevamo le lacrime ed eravamo rosse in viso. Guardavamo il tramonto senza guardarci. Finché la cameriera non ci ha sbattuto forte due iced lattes sul tavolo, e allora ci siamo guardate, ed è diventato uno dei momenti più importanti, che avessi mai vissuto. E abbiamo sorriso e abbiamo avuto vent’anni di nuovo.
Era la prima volta che mettevo piede in quelle terre, e non sapevo niente.
Non avevo idea.
Non solo per mancanza di ricerca personale che avrei potuto fare invece no, ma anche per la scarsissima formazione che ad esempio la scuola ci da su…come funziona il mondo.
Davvero, uscendo dalle medie, dal liceo, da un qualsiasi tipo di istituto superiore, e ancora, universitario il cui fine non sia esattamente la comprensione delle strutture internazionali, quanto ne sappiamo davvero di come funzionano le cose, di perché, come se lo chiederebbe un* bambin*, alcune persone sono ricche e altre sono povere, alcune persone vivono in pace, e altre in guerra. Chi lo decide? Come ci si arriva?
Sembrano concetti banali paragonati alla complessità e alla difficoltà dei tentativi di informazione e disinformazione, soprattutto ora, nel caos di queste ultime settimane in cui improvvisamente i social, molto più snelli e rodati che durante l’ultima intifada, fanno sentire molti in dovere di dire cose, anche su situazioni che non conoscono facendo sembrare tutto semplicissimo e troppo complesso allo stesso tempo.
Il disordine.
Per quel che mi riguarda, ogni volta che provo a raccontare la mia esperienza di Israele e di Palestina mi sento sopraffatta. Non sono giorni che vorrei parlarne. Non è dal 7 ottobre.
E’ dal 2008. Neanche girare il mio primo documentario mi ha aiutata a dire: quello resta per me un lavoro parziale, estremamente condizionato dalle esigenze produttive, e gravemente riduttivo rispetto al mio pensiero personale, per questo amato ma non rappresentativo.
E’ dal 2008 che quando provo a sedermi per scrivere la pienezza, non esattamente la complessità, delle esperienze, cado in saturazione semantica. Tutto quello che è solido dentro, appena prende forma di parola sembra banale, insufficiente, o peggio di tutto: didascalico.
Perché cerco di farlo?
Questo è semplice. Per le persone a cui voglio bene. Ho incontrato persone, che sono diventate amiche, amici e sorelle e fratelli, e all’amore si deve sempre lo sforzo. E poi per principio: non posso fare quello che faccio ogni giorno nel mio lavoro, o con i più giovani, o nella scrittura e nella ricerca femminista, escludendo l’attivismo o tacendo.
Tacendo quello che vedo con gli occhi che ho, che non sono tutti gli occhi, ma sono aperti.
Non riesco a tacere, e non voglio tacere, che vedo che viviamo, stando malissimo, una società in cui gli accessori per animali hanno un impatto effettivo sull’economia: biscotti per cani, vestiti, pantaloni, felpe, vestiti da sera con strascichi e paillettes, scarpe per cani. Guinzagli per controllarne l’andatura. Che impediamo ai nostri bambini di correre e di sudare ossessionati dalla paura che un ginocchio sbucciato possa portarli alla morte, li costringiamo nei passeggini fino ad età imbarazzanti con la gomma delle suole che raschia l’asfalto imbibiti di energia repressa, inespressa ma imbottiti di cibi iperproteici e vitamine sintetiche per tenerli in forze, o di zucchero e schermi per farli tacere. Che pochi giorni fa, il 27 di ottobre, i termometri esposti al sole in questa città del nord segnavano 30 gradi, i riscaldamenti centralizzati dei condomini a palla, e aria condizionata su mezzi pubblici, negozi e cinema. Incapaci di godere finalmente di un poco di frescura, di lasciar sgonfiare le borse sotto gli occhi cariche dei liquidi accumulati per troppi mesi di troppo caldo. Piedi, mani, dita, caviglie, cervelli gonfi di caldo. Rallentati e pesanti. Ma non un solo giorno senza riscaldamento. Ci sono 18 gradi, oggi, Halloween 2023, ma bisogna indossare il piumino perché è ottobre per passeggiare sudando sull’asfalto con cubi di ghiaccio in tazze Starbuks. Scuole chiuse: allerta meteo. Piove. A ottobre. Livelli di polveri sottili che ci fanno ammalare con numeri senza precedenti creando generazioni di orfani e morti premature, ma continuiamo a costruire, disboscare, a preferire la macchina alla bici, ad incazzarci per la ztl e a prendere per il culo chi guarda e ascolta chiamndol* gretini.
96 femminicidi solo in Italia solo nel 2023, ma aveterottoilcazzonontuttigliuomini.
2356 persone, dueminatrecentocinquantasei madri, figlie, fratelli, amanti, amiche, padri, nonni, zie mort* solo nel 2023 nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Venticinquemila, 25.000 persone, negli ultimi dieci anni secondo l’OiM-Organizzazione Mondiale per le Migrazioni. Cadaveri che nutrono i pesci tirati su dalle reti della pesca a strascico per riempire gli all you-can-eat e le tute degli italiani. Tutti entusiasti del gesto di indipendenza di una Premier che lascia un maschio che mette le mani in testa alle colleghe dopo essersi strofinato i genitali, ma nessuno che parli di molestia a livelli endemici, nessuno che questioni il fatto che il compagno di una capa di Stato faccia “informazione” su una rete nazionale. Troppo impegnati ad arrabbiarsi per il dilagante politically correct che mina la famiglia tradizionale, quella in cui si è rigidamente etero e perciò liberi di odiare, picchiare, insultare, gridare, stare malissimo, disprezzare, umiliare, denigrare, tradire con l’anima ma non con il corpo.
Potremmo alimentarci le centrali elettriche con l’energia che reprimiamo in nome del buon costume, della tradizione, dell’educazione. Del perbenismo, che è quello che vorremmo dire al posto di politicamente corretto, ma non conosciamo più la differenza.
Non sappiamo usare la nostra stessa lingua: usiamo piuttosto che in forma disgiuntiva, diciamo “non potevo che non venire”, o “da quando ho dieci anni” “da quando sono piccola”, siamo incapaci di costruire un periodo di senso per comunicare ciò che sentiamo.
Abbiamo perso il lessico delle percezioni e non abbiamo più termini che corrispondano al dato di realtà.
Quindi: come possiamo dubitare di non aver capito, di aver frainteso, di aver attuato meccanismi di negazione e protezione per decenni, rispetto a quello che sta accadendo in Palestina, rispetto alle nostre responsabilità?
Quant* italian* sanno qualcosa del nostro passato colonico? Tu, che stai leggendo, ciao, io ti voglio bene, non voglio farti sentire male, ma voglio che ci prendiamo per mano, che ci guardiamo negli occhi e che siamo sincer* tra noi, qui, in questo piccolo spazio: quante cose sai? Date, luoghi, numeri, del colonialismo italiano? E di quello europeo? Delle popolazioni autoctone dell’Australia? Dell’Alaska? Degli Osage, l’hai visto l’ultimo film di Scorsese? Bé, prenditele quelle tre ore.
Cosa sai delle terre di Palestina prima di Israele?
Ci sei mai stat* in Palestina? Conosci un* palestinese?
Quando sono arrivata in Palestina a vent’anni avevo paura di dovermi coprire il corpo e i capelli. Avevo paura di dovermi nascondere in quanto donna e in quanto lesbica, avevo paura di non poter camminare per strada da sola. Avevo paura che avrei sofferto per la condizione delle donne e che avrei dovuto sopportare di incontrare maschi viscidi e fanatici religiosi.
Mi vergogno a scrivere di questo, non l’ho mai fatto prima. Ma è la verità.
Come ovunque nel mondo, come qui a Torino, in Italia, ho incontrato anche questo.
Come ovunque nel mondo, come qui a Torino, in Italia, ho incontrato anche il contrario.
Vorrei partite dal pregiudizio interiorizzato. Da questa idea che i paesi di cultura e lingua araba vivano in un’unica condizione di assenza di secolarizzazione, abbrutimento, in una sorta di perpetuo medioevo distaccato dal resto del mondo parlando lingue strane, mangiando cibi strani, vestendo in modo strano e complottando cose strane nell’ombra della distanza, come senza passato e senza futuro.
Questo non è parte della realtà.
Questo è pregiudizio. E’ razzismo interiorizzato, ed è difficile e fa provare vergogna ammetterlo a sé stessi. E poi è mancanza di esperienza, ed è ignoranza. E non voglio usare il termine ignoranza come denigratorio della persona, ma nel suo significato di assenza di dati, di uno studio che non è scontato o dovuto, ma che si può attuare se in momenti come questo, si sente la spinta a contribuire al discorso.
Mi sono coperta il capo per entrare il moschea.
E sono stata spinta a terra con una spallata, più di una volta, da uomini israeliani ultraortodossi mentre camminavo per le strade della città vecchia in maniche corte, uomini che non ti guardano negli occhi e procedono veloci quasi fluttuando nei loro cappotti neri e lunghissimi in piena estate. Uomini che in piena estate coprono le gambette delle bambine che ancora non stanno in piedi da sole con spesse calze di lana per proteggerle dai pensieri impuri…di chi? Mentre bambini e bambine palestinesi sguazzano nelle piscinette gonfiabili nei cortili perché fa caldo e sono solo bambini. Le donne palestinesi di Gerusalemme est sono donne del 2023 e i mercati della Cisgiordania sono pieni di biancheria sexy di pizzo colorato esposta accanto ai melograni e al pollame esattamente come nei mercati d’Europa.
Con le donne e gli uomini palestinesi, che eravamo ragazze e ragazzi, che ho incontrato e che adesso sono famiglia abbiamo fumato, bevuto, parlato di sesso, fatto del sesso, parlato di omosessualità e di religione, abbiamo mangiato fast food americano e pregato, abbiamo cantato gli Smiths guardando il tramonto dal monte degli Ulivi, abbiamo affrontato le malattie dei nostri genitori, pianto i nostri morti, visto Venezia che per alcun* è stato vedere il mare per la prima volta.
A più di vent’anni.
Perché per una persona palestinese viaggiare, muoversi, non è normale.
Questo si, è diverso davvero.
E questo bisogna dirlo, e bisogna saperlo.
Dire, per sapere, che prima di parlare di Sionismo, che è un movimento politico e non una religione, che trae ispirazione anche dalla religione e dalla cultura ebraica così come il fascismo trae ispirazione anche dalla religione e dalla cultura cattolica (perché dire cristiana mi sembra una contraddizione in termini), bisogna conoscere le condizioni che hanno portato alla possibilità dell’idea della creazione di un nuovo Stato non in tempi remoti, ma a metà del novecento.
Dire e sapere che in nessun altro luogo. Correggo: in nessun luogo dell’occidente, ci sarebbero state le condizioni per la fondazione di un nuovo Stato nel 1948, perché se fosse accaduto in uno Stato di diritto, che significa un paese con una burocrazia complessa, un’economia solida e una cultura identitaria legittimata dal riconoscimento internazionale, si sarebbe parlato di invasione, esattamente come ne parliamo per l’Ucraina, che però è un paese bianco.
Sono convinta che se si accetta di possedere un’onestà intellettuale e la si lascia agire portando le innegabili conseguenze di decenni di colonialismo nel discorso, si possa facilmente accettare e comprendere che il sostegno con la causa palestinese non abbia niente, zero a che spartire con l’antisemitismo, ma che al contrario, sostenere il diritto palestinese è esattamente combattere ogni forma di negazionismo e attuare ed avere cura dell’insegnamento della Storia.
Vedo oggi, l’ambasciatore di Israele all’ONU indossare la stella di Davide e mi fa fisicamente repulsione, vedo fascisti conclamati riempirsi improvvisamente le bocche con olocausto e campi di concentramento, e intellettuali occidentali accumulare like invocando pacatezza e moderazione.
Non si può sempre.
Non è giusto sempre.
E il contrario di pacatezza non è violenza.
Trovo aberrante dover esplicitare la necessità della liberazione degli ostaggi israeliani. Aberrante dovere, per poter essere pres* anche solo in considerazione, iniziare ogni discorso con l’ovvietà sconcertante del fatto che nessun* dovrebbe trovarsi mai nella condizione in cui i civili israeliani si trovano oggi: in balia di un governo estremista e reazionario a cui così esplicitamente non importa nulla della vita di quegli stessi ostaggi, tanto da bombardare a tappeto e senza sosta gli stessi luoghi in cui vengono nascosti senza alcun tentativo di mediazione.
Trovo aberrante che la prima carica politica d’occidente diffonda una notizia e ci costruisca sopra la dialettica di supporto ad una guerra armata, prima di averla verificata, prima di consentirne milioni di visualizzazioni e condivisioni, per poi rettificarla senza alcun risultato. Trovo aberrante che la nostra premier si presenti ad una conferenza di pace internazionale pochi giorni dopo, e includa quella stessa fake news nel suo blando discorso e che questo non diventi oggetto di attenzione mediatica. Trovo aberrante il silenzio del femminismo bianco di questo paese.
La politica c’entra. Il contesto c’entra. La politica bisogna essere in grado di portarla nel discorso, essere in grado di raccontare la formazione e il peso della figura di Netanyahu come capo di Stato per comprenderne l’etica e le intenzioni, e per poter dare contesto alle conseguenze di decenni delle sue politiche. Non si possono omettere la politica di questo governo e le condizioni primarie che hanno portato alla fondazione di un nuovo Stato nel pieno del novecento, lo stesso secolo in cui molt* di noi sono nat*, se si vuole davvero parlare di Israele e Palestina con l’intento di creare una coscienza collettiva che possa chiedere una soluzione concreta al massacro costante che si perpetra da 75 anni con perdite di vite da tutte e due le parti, ma tanto tanto tanto di più da una.
Lo sbilanciamento è palese e negarlo od ometterlo è la definizione stessa di negazionismo.
Sono convinta che si debba inserire nel discorso collettivo, chiarire e rendere esplicito, che se esiste nell”umano qualcosa che non è “normale” non è certamente l’amarsi senza pregiudizio, razzismo, sessismo, forme, senza fobie. Se qualcosa nell’umano esiste di non “normale” è che si possa fondare, in tempi moderni, uno Stato di Diritto che gode di riconoscimento internazionale sull’espropriazione di terre e case, case di privati, e sulla ghettizzazione delle persone che non condividono la sua fede religiosa. Questo dovrebbe essere ciò che collettivamente rifiutiamo come “normale“.
Non è “normale” uno Stato di Diritto in cui esiste una realtà civica per la quale alcuni cittadini vengono chiamati settlers e sono autorizzati dal loro credo religioso ad evacuare private abitazioni per prendere il posto di chi le abita. Non perché in vendita, non attraverso una transazione economica certificata da un notaio, ma con il supporto dell’esercito Israeliano, uno dei più supportati e strutturati al mondo. Lo stesso esercito che si è occupato spesso della formazione dei soldati americani.
Non è “normale” che si creino centinaia di migliaia di profughi e che questi vengano inoltre impossibilitati nel trovare un’alternativa di vita piena e nel pieno diritto dei più basilari diritti umani.
Non è “normale” che entri nella dialettica collettiva e venga normalizzato il termine TERRITORI OCCUPATI privandolo del suo insito significato militare e violento come se parlassimo della Regione Autonoma della Valle D’Aosta.
Non è “normale” che venga riconosciuto, difeso e sostenuto uno Stato di Diritto in cui una parte, consistente per giunta, della popolazione autoctona non ha diritto ad alcun tipo di sviluppo urbanistico e civico, e viene costretta dall’assegnazione di documenti differenti a vivere in condizioni di privazione sanitaria, senza sistema fognario e con un difficile se non impossibile accesso ad istruzione e cure mediche, anche di base.
Vorrei che cercaste una risposta a questa domanda: Che cos’è un paese in cui alla nascita non ti viene assegnato un semplice documento d’identità. Ma invece, i tuoi documenti e la tua capacità di movimento, studio, formazione, salute, vengono valutati e stabiliti in base alla tua appartenenza religiosa e alla tua…“razza”?
Che cos’è? Come chiamare uno Stato che attua questo tipo di politiche discriminatorie? E come chiamare i paesi che lo sostengono, se non complici?
Tutto questo non ha nulla a che vedere con il desiderio di fuggire all’oppressore, all’orrore della guerra, allo sterminio. Nulla a che vedere con il diritto, che dovrebbe essere, questo si universale, di trovare riparo dall’orrore della discriminazione, della guerra, della violenza, della povertà e della negazione del diritto.
Ha a che fare con gli equilibri e gli interessi del mondo occidentale che ha prima annientato, sfruttato e poi eliminato dalla propria equazione di sviluppo una parte consistente di esistenze, costruendo cultura e politica sulla negazione delle proprie azioni di interesse nello stesso identico modo in cui il mondo degli uomini ha costruito cultura e politica sulla svalorizzazione del diritto e della figura politica e culturale della donna, e di tutte quelle consistenti parti di popolazione che ci hanno insegnato a chiamare minoranze quando non conformi al modello di sostentamento del patriarca occidentale.
Insegnarci che la questione Israelo-Palestinese sia qualcosa di troppo complesso per essere compreso o anche solo discusso, è parte della cultura colonica della quale fatichiamo a liberarci perché fatichiamo a riconoscerla, così come è difficile per noi donne parlare di femminismo, riconoscere le discriminazioni, o denunciare una violenza, perché ci hanno insegnato che donna “cazzuta” è figa e tace come un cowboy, ma figa per chi?
Ed è lo stesso meccanismo che fa tacere alcune tra le figure più responsabilizzate del femminismo italiano in questo momento: la difficile ammissione che anche il femminismo internazionale può essere attivismo bianco, insufficientemente cosciente del proprio livello di interiorizzazione di colonialismo e white saviorims.
Questo forse è un manifesto personale e se mi farà perdere lettrici e lettori troverà conferma dei meccanismi di cui si fa specchio. Femminismo per me significa attivismo, e significa il dovere di fare lo sforzo di ricercare e studiare e usare tempo per andare a fondo delle dinamiche che creano la Storia e i fatti che la compongono, così che si possa soffrire meno in futuro.
Però tutt*. Se no, non vale.
Non si può parlare di pacifismo, di pacatezza e citare Mandela senza sapere che il suo nome è stato eliminato dalla Terrorist Watch List soltanto nel 2008, senza citare anche le sue parole sulla Palestina, e senza ricordare che ci sono voluti decenni perché il mettere fine all’apartheid sudafricana diventasse una battaglia umana. Esattamente per le stesse dinamiche per cui i tribunali inquisitori sono rimasti attivi fino ad oltre il 1800 costando la vita a centinaia di persone sulla base di fenomeni di isteria collettiva e ignoranza e paura e indottrinamento. Esattamente come ci sono voluti decenni perché l’abbattimento del regime nazista e fascista diventasse una battaglia umana.
Tutti questi regimi hanno trovato terreno e sostegno sul nascere, hanno convinto e trovato posto nel contesto politico internazionale, a volte per decenni. E ancora oggi fatichiamo ad analizzarli come fenomeni di malattia sociale nella stessa misura in cui fatichiamo a parlare di salute mentale.
Alla morte di Nelson Mandela nel 2013 Angela Davis disse:
“As I mourn the passing of Nelson Mandela I offer my deep gratitude to all of those who kept the antiapartheid struggle alive for so many decades, for the decades that it took to finally rid the world od the racism and repression associated with the system of apartheid. And I evoke the spirit of the South African Constitution and its opposition to racism and anti-semitism, ad well as to sexism and homophobia.
This is the context within which I join with you once more to intensify campaigns against another regime of apartheid and in solidarity with the struggles of the Palestinians people.
As Nelson Mandela said: we know too well that our freedom is incomplete without the freedom of the Palestinians.”
Freedom Is A Constant Struggle / Penguin Ed.
Ed incompleto, ed incoerente sarebbe il mio femminismo, senza una chiara ed esplicita comprensione delle dinamiche che hanno portato al genocidio che si sta attuando in Gaza con il pavido sostegno dei paesi occidentali.
Il mio attivismo sarebbe incompleto se non tenessi conto e non lottassi e non prendessi posizione accanto ad amiche e amici palestinesi che mi raccontano che non dormono la notte, che non sanno come alzarsi per andare a lavorare mentre c’è un genocidio in atto a due passi da casa, mentre aspettano di aggiornare la conta dei morti, mentre il mondo costruisce nuove giustificazioni e lascia accadere. Non tempi remoti, gli stessi tempi del reggiseno coi capezzoli che Kim K. ha immesso sul mercato perché non fa più abbastanza freddo da farli inturgidire, lo stesso tempo in cui Meloni lascia che vengano divulgati documenti scritti in una lingua incerta in cui si identificano le donne italiane come incubatrici umane. Lo stesso tempo di Barbie e di Blanco.
Il mio attivismo sarebbe incompleto ed inutile, se mi tacessi la domanda: che luogo è un luogo in cui si danno o si negano diritti in base al concetto di “razza” e religione?
Se pongo questa domanda al governo del mio paese, ritengo di avere il dovere morale di porla anche agli altri.
Questo è pochissimo di quello che il mio cervello ha guardato, ascoltato, studiato, letto, discusso, su cui ha cambiato idea, accettato o rifiutato in questi anni, e come ti dicevo all’inizio è uno sforzo di semplificazione complessissimo cercare di scriverne.
Questo è un po’: un po’ di sguardo, un po’ di vissuto, un po’ di pensiero, una parte di cuore. Ed è tantissimo amore.
Domani è un giorno di festa, di riposo, per molt* nel nostro paese, se sentite di voler essere attiv* in questo discorso, dedicateci del tempo.

La foto di copertina l’ho scattata nel 2015 sul tratto di strada tra Gerusalemme e Betlemme. Si intravede parte del muro con una torretta di controllo. Attorno a Betlemme, il muro raggiunge la sua altezza massima di otto metri.